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La storia sempre più spesso al centro di cortei e feste locali. Soprattutto così ci sentiamo nazione

L'Italia più unita è quella dei campanili

Sì, proprio quella, la disfida immortalata nell'Ottocento da un famoso romanzo del D'Azeglio, la disfida oggetto di grandi films storici durante il fascismo. Quella di Ettore Fieramosca e di Fanfulla.
I barlettani festeggiano cinquecento anni dalla celebre disfida e lo fanno con grande dispiegamento di mezzi: cavalli, costumi, scenari, perfino l'intervento di alcuni Vip. L'orgoglio di essere italiani: anche e soprattutto quando si attiene al tacco dello Stivale; quando si è meridionali e provinciali. Ma che cosa significa ricordare oggi quella vecchia pagina di storia?
Teniamo anzitutto presente che l'Italia che i tredici cavalieri difesero sul campo dell'onore contro altrettanti cavalieri francesi, battendoli in torneo, non era ancora uno Stato né un Paese unito. Lo sarebbe diventato molto più tardi. Esiste una nazione italiana? Esisteva allora, mezzo millennio fa? Si dovrebbe rispondere di no: eppure il Machiavelli parlava tranquillamente di Italia e ne auspicava l'unità e la libertà.
C'era già quindi un sentimento nazionale unitario? Ancora una volta, gli storici rispondono di no. Il concetto di Italia e di unità è dinamico, non bisogna farsi prendere dal fascino e dalla trappola delle parole. Qualcuno ha detto che l'Italia è un'espressione geografica; qualcun altro ha sostenuto che l'Italia non esiste.
Sarà. Se non esiste l'Italia, senza dubbio esistono gli italiani. Dilemma in una nazione che per lungo tempo non ha avuto Stato, e che anche quando lo ha avuto non è riuscita a far coincidere perfettamente i valori nazionali con quelli statali? Nel secolo scorso, dal fondo delle carte fasciste, Antonio Gramsci subì analoghi problemi.
Qual è veramente il rapporto tra nazione italiana, lingua italiana, popolo d'Italia e penisola italica? Potremmo provare a rispondere. Potremmo osservare non solo che il concetto di nazione italiana è ancora relativamente giovane, ma che l'Italia è essenzialmente un valore policentrico. In Italia non conta tanto l'essere italiani quanto conta, ha sempre contato, l'appartenere a questa o a quella città, a questa o a quella regione, condividere questo o quello degli infiniti valori municipali, dialettali, tradizionali, etnici e semietnici che costituiscono il calendoscopico italico.
Insomma, l'Italia è senza dubbio una nazione: ma ci sono molti modi di esserlo, e l'Italia lo è in un modo del tutto particolare.
Una ragione per non esserne orgogliosi? Al contrario. E difatti gli italiani se ne rendono conto. Ormai, dalle Alpi fino alla Sicilia, è tutto un fiorire di iniziative, feste, di celebrazioni che ci richiamano alla nostra italianità. Senza dubbio, sempre e comunque un'italianità che passa attraverso le realtà locali, cittadine, regionali. Perchè ci sono tanti modi di essere italiani. E ciascuno di essi ha il suo valore.
Ci sarebbe forse un unico modo per migliorare queste cose, che vanno già bene così come sono. Perdere l'antico vizio della autodenigrazione. Sto pensando alle ultime polemiche: Berlusconi che parla di Mussolini, Bellocchio o qualche altro cineasta che trattano del cinema italiano. In un modo o nell'altro, tutte le volte che noi facciamo polemiche su noi stessi, riaffiora la vecchia tendenza a flagellarci la schiena, anche quando non ce n'è bisogno. Noi perdiamo sempre le guerre, noi siamo dei voltagabbana, la nostra letteratura è provinciale e subalterna, il nostro cinema è incomprensibile salvo agli addetti ai lavori. E così via.

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