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di DARIO SALVATORI «THE MAN in Black» non ce l'ha fatta.

Fu Sam Phillips, scomparso qualche settimana fa, ad interessarsi a lui. Aveva appena ceduto la sua giovane scoperta, Elvis Presley, alla Rca ed era alla ricerca di un artista talentoso: quando si trovò davanti questo giovanottone dalla voce di baritono e dalla grinta d'acciaio non ebbe dubbi. Con le prime incisioni arrivarono i successi milionari: «Cry, cry, cry», «Hey porter», «Folsom prison blues», «I walk the line» e ancora una volta l'astuto produttore "girò" la sua scoperta alla multinazionale Columbia. Inizia la leggenda di Johnny Cash, il mito dell'«outlaws», il fuorilegge (in galera ci finirà per davvero e più volte): per trecento sere l'anno il cantante è impegnato con il Johnny Cash Show, che gli procura successo e ricchezza ma anche stress e i gravi problemi di droga. Stilisticamente l'importanza di Cash risiede nel fatto di aver fornito un rango all'interprete country: non più il cow-boy canterino di certi film e di molta discografia, ma un artista di spessore, di notevole autenticità, lucido osservatore dell'uomo americano, soprattutto del sud. Resta il rammarico di non aver mai avuto in Italia Johnny Cash. Per lui, come per tutti gli artisti country, non c'era mercato. Così si diceva. Un luogo comune smentito dalla presenza nella nostra hit del suo ultimo disco, «American IV: the man comes around», arrivato al successo con il semplice passaparola.

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