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L'ACQUA.




SABRINA Ferilli (nella foto con Olivier Pages) moltiplicata per tre. L'idea l'ha avuta Luciano Emmer che da qualche tempo, al cinema, sta vivendo una seconda felice giovinezza. Tre episodi, perciò, sempre con Sabrina Ferilli nei panni di tre donne diverse. Nel primo è una madre, abbandonata cinque anni prima dal marito e così trascurata dai figli, ormai cresciuti, da esser lasciata sola perfino il giorno del suo compleanno. Brucerà la casa (il fuoco) e se ne andrà. Nel secondo è un'italiana a Parigi che si butta nella Senna (l'acqua). La salverà un barbone con il quale vagherà nella notte senza rivelargli (e rivelarci) né le motivazioni del suo gesto né la propria identità. Nel terzo è la compagna del gestore di un circo per bambini così alcolizzato da finire all'ospedale, costringendo lei a sostituirlo anche nel personaggio difficile del mangiafuoco (ancora il fuoco).
Emmer, pur senza squilibri di stile, ha conferito ai tre episodi cadenze molto diverse: domestiche e confinate quasi per intero nel chiuso di una stanza, il primo. Notturne, con ampi sguardi sulla cornice parigina, il secondo. Con sapori quotidiani di cronaca, il terzo, sottolineando quasi di scorcio la vita del circo con i suoi piccoli, rumorosi spettatori. Chiedendo a Sabrina Ferilli, in cifre spesso così meste da rasentare il dolore, di ricreare ogni volta un carattere preciso: deluso, all'inizio, e così sconfortato da risolversi quasi soltanto in soliloqui; tra disperazione e illusione, nella notte dopo il tentato suicidio; deciso, ma ferito fino alla lacerazione, nel circo. Una bella prova di attrice.
G. L. R.

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