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Cefalonia, documenti trovati a Friburgo fanno del generale Gandin il responsabile dell'eccidio

L'«eroe» di cui non c'era bisogno

Fu vera gloria, quella del generale Antonio Gandin, comandante della Divisione Acqui trucidata a Cefalonia? Per lo storico fiorentino Paolo Paoletti la risposta è decisamente negativa, e dettagliatamente argomentata nel libro «I traditi di Cefalonia - La vicenda della Divisione Acqui 1943-1944» (Fratelli Frilli, 2003). A rovesciare il giudizio su Gandin è un paziente lavoro di ricerca negli archivi di Friburgo, da dove è emersa una lettera che se da un lato esalta il gesto dei soldati della Acqui che in nome del dovere decidono di opporsi armi in pugno ai tedeschi, dall'altra inchioda il loro comandante. Gandin il 14 settembre 1943 scrive che «die Division weigert sich meinen Befehl auszuführen», cioè che la Acqui si era ammutinata. La questione, inaudita, è che il generale non comunica quel che avviene nel suo reparto di stanza sull'isola greca al Comando supremo italiano, bensì al tenente colonnello Hans Barge, il nuovo nemico sulla scia dell'armistizio dell'8 settembre. Gandin, nato ad Avezzano il 13 maggio 1891, già capufficio dello Stato maggiore di Badoglio, cui scriveva i discorsi, era di sentimenti germanofili, decorato di croce di ferro di prima classe, parlava il tedesco. L'armistizio l'aveva spiazzato: l'animo lo portava a rimanere al fianco dei tedeschi (con cui aveva mantenuto rapporti cordiali e frequenti), gli ordini a combatterli, le circostanze a tentare di trovare una via d'uscita che tutelasse i suoi uomini («i figli di mamma», li chiamò) e il suo senso dell'onore. Salvare i corpi dei soldati e la sua anima si rivelò un compromesso impossibile in quello scenario e in quel frangente storico. Fece la scelta peggiore, nei modi peggiori, e legò il suo nome al più feroce eccidio militare della seconda guerra mondiale a opera della Wehrmacht, con lo sterminio sistematico di soldati che si erano arresi, senza che nessuno abbia pagato per questo (un processo intentato in Germania nel 1969 si concluse con l'archiviazione, un secondo procedimento è stato aperto a Dortmund nel 2001). L'analisi di Paoletti, destinata a far discutere, si articola su una serie di "tradimenti" ai danni dei soldati della Acqui. In primo luogo la mancata applicazione del Documento di Québec del 18 agosto 1943, con cui gli Alleati si impegnavano a evacuare le truppe italiane dai Balcani, cosa che non avvenne né a Cefalonia né altrove. Quindi il comportamento di Gandin, che denuncia ai tedeschi la ribellione dei suoi uomini, riferita al generale Lanz e al tenente colonnello Barge, quindi messa per iscritto il 14 settembre. L'inerzia del Comando supremo italiano che non pretese dagli Alleati l'applicazione del Documento di Québec e poi ingiunse alla Divisione di immolarsi: «ogni vostro sacrificio sarà ricompensato», comunicò il generale Ambrosio. Il Ministero della difesa, a fronte di 6-9mila caduti, nel 1948 dispensò appena 15 medaglie d'oro al valor militare: una andò a Gandin, parificato in tal modo al generale Luigi Lusignani che a Corfù da subito aveva combattuto i tedeschi così come prevedevano gli ordini dall'Italia. Un altro "tradimento" della Acqui, a detta di Paoletti, sarebbe stato compiuto dai giudici militari americani che a Norimberga per quel crimine condannarono il generale Hubert Lanz a 12 anni di reclusione e gliene fecero scontare cinque. E poi: la Procura di Dortmund dopo aver ascoltato 231 testi (due soli italiani)archiviò; gli allora ministri Paolo Emilio Taviani e Gaetano Martino e il procuratore generale militare di Roma «insabbiarono il fascicolo su Cefalonia, impedendo il processo contro i criminali di guerra tedeschi» (ma un primo insabbiamento a salvaguardia della memoria di Gandin c'era già stato il 4 settembre 1945 a opera del Ministero della guerra). Infine, la Repubblica italiana che solo nel 1980 ha reso omaggio ai caduti di Cefalonia, oggi entrati nell'immaginario collettivo come simbolo della resistenza dell'esercito. La tes

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