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Una pioggia di riconoscimenti dati con disordine

Perché anche i film che era giusto premiare sono stati premiati con dei premi sbagliati. «Il ritorno», ad esempio, dell'esordiente russo Andrej Zvjagintsev. Si era detto subito che, nell'ambito di una ricerca sulle immagini e nelle cifre di un clima misterioso evocato con personalissimo stile, meritava un premio (e io l'ho scritto), ma il Leone d'Oro non era né logico né giusto assegnarglielo, soprattutto perché in gara, con diritti e meriti maggiori, sotto tutti gli aspetti, c'era uno dei migliori e più intensi film italiani di questi ultimi anni, «Buongiorno notte» cui si è ritenuto invece di attribuire il premio «per un contributo individuale di particolare rilievo» che, pur previsto dal regolamento, è addirittura risibile nella sua formulazione, tanto da essere rifiutato, con ragione, da Bellocchio.
Altro premio che si poteva assegnare era quello a «Zatoichi» di Takeshi Kitano, ma preferirlo all'opera nobilissima e alta di Manoel de Oliveira, «Un film parlato» ha significato ignorare i veri valori del cinema, rappresentati per di più, in questo caso, da uno dei maggiori autori cinematografici non solo portoghesi ma europei.
Se si può consentire sul premio per la migliore attrice a Katja Rjemann, una delle protagoniste di «Rosenstrasse» di Margarethe von Trotta (anche se era meglio premiare la regista per un film così nuovo e così denso), non ci si può non dissociare dal premio per il migliore attore dato a Sean Penn per il film hollywoodiano «21 Grammi», diretto dal messicano Alejandro Gonzáles Jnárritu. Una interpretazione gonfia e sopra le righe proprio com'era quel film, così lontano dall'altro, «Amores Perros» che, l'anno scorso, aveva dato tanta gloria al suo regista.
Mi stupisco di Monicelli, mi stupisco di Accorsi. Ma si vede che non sono riusciti a convincere i loro colleghi in giuria. Augurandomi, per la stima che ho per loro, che sia andata così.

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