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«BENEVENTO CITTÀ SPETTACOLO»

«Teatro luogo del dissenso, non del consenso»Ruggero Cappuccio dirige la rassegna dedicata a tutte le discipline dello spettacolo

La serata di chiusura vedrà anche la consegna del prestigioso premio «Viviani» al Maestro Roberto De Simone, che interverrà con una conferenza-spettacolo.
Dopo la direzione artistica di Ugo Gregoretti e poi di Maurizio Costanzo coadiuvato da Rodolfo di Giammarco passa ora a Ruggero Cappuccio il compito di gestire un'importante vetrina internazionale che ha quest'anno come sottotitolo «Suite novecento: fuochi dalle armonie perdute».
Sette prime teatrali, quattro laboratori, cinque letture drammatizzate, due premi compongono il progetto varato da uno dei drammaturghi più interessanti della nuova generazione che da sempre nutre un interesse speciale per la contaminazione fra il palcoscenico e le altre forme espressive.
Cosa significa dirigere il Festival di Benevento?
«Ho un legame speciale con questa città fin dal 1989, quando ho seguito le sue manifestazioni sceniche come critico teatrale, o meglio ancora scrittore di recensioni che è una definizione per me più adatta. Ho poi seguito il festival come osservatore e infine come regista ospitato con i miei lavori. Il mio amore per Benevento e per i suoi sette teatri ha forse predestinato il mio approdo come direttore artistico».
Quali innovazioni ha voluto introdurre?
«Puntare sempre maggiormente sull'utilizzo completo degli spazi garantiti dalla città e trasformarla in un polo permanente per la formazione relativa alle discipline dello spettacolo.
La novità di quest'anno sono infatti i laboratori, tenuti da giovani teatranti come Antonio Pizzicato, Cossia Di Florio Veno, Emma Dante e Laura Curino, offerti con partecipazione gratuita agli interessati. Inoltre la mia notoria passione per la letteratura mi ha indotto a organizzare tre letture in forma di concerto per cinque romanzi indimenticabili come "Ferito a morte" di La Capria, "Il mare non bagna Napoli" della Ortese, "La pietra lunare" di Landolfi, "Care memorie" di Marguerite Yourcenar, "Il mondo salvato dai ragazzini" della Morante».
C'è una dimensione del teatro che lei vorrebbe salvaguardare?
«Vorrei che fosse il luogo del dissenso e non del consenso. Il tentativo di prevedere e assecondare i gusti del pubblico può essere pericoloso e ha come conseguenza l'abbassamento del livello dell'arte e dei suoi fruitori. A me piacciono il confronto, il dibattito, la contestazione in quanto garantiscono la crescita e il mutamento, ma spesso questi atteggiamenti sono appannaggio dei giovani».
La sua attenzione al linguaggio è riscontrabile nella scelta degli appuntamenti di Benevento?
«Sicuramente. Sono convinto che l'incontro fra una lingua e il palcoscenico determini la nascita di un linguaggio particolare, di una sintassi diversa. Ho un debole per i teatranti siciliani che l'hanno compreso per primi».

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