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VENEZIA — Due grandi registi, due film molto attesi e tante teorie sulle strade che il cinema deve imboccare ...

«Il cinema è morto, viva il cinema». L'esordio tocca a Peter Greenaway, che, senza paura, annuncia la morte del cinema. A Venezia per presentare come Evento speciale controcorrente «Le valigie di Tulse Luper», il regista taglia i ponti con il passato. «Il cinema è un mezzo narrativo scarsissimo - dice il regista inglese - se si vuole usare la narrazione occorre usare la parola scritta. Con l'avvento delle nuove tecnologie il mio interesse per il cinema è aumentato e a questo punto ho sentito il bisogno di fare una ricapitolazione con un'opera magna multimediale. Perchè sono stanco di rivolgermi solo al pubblico delle sale, scrivere qualcosa, girarlo, montarlo e distribuirlo. Siamo entrati in un'epoca nuova, voglio collegarmi con tutti i pubblici, con la generazione post-televisiva saltando qua e là senza limiti di mezzi. Non voglio più usare la celluloide, la Kodak tra 10 anni non la produrrà più». «Il cinema deve cambiare - aggiunge Greenaway - deve rappresentare il futuro e non il passato. Dobbiamo avere coraggio. C'è un pubblico enorme che va dai 13 ai 30 anni che ha bisogno di un mezzo interattivo e non più del cinema. La sindrome di Casablanca ha soddisfatto i gusti di un pubblico che va scomparendo, il pubblico non andrà più al cinema, sono posti obsoleti. Il cinema non è più neanche un'attività sociale, la mia esperienza mi dice che si tratta di un'isola buia e si comunica con lo schermo. Meglio il dvd che è interattivo. Il cinema è morto il 31 settembre 1983, il giorno dell'arrivo del telecomando. Bisogna trovare nuovi linguaggi, nuovi paradigmi, utilizzare le nuove tecnologie». E de Oliveira? Lui punta sul recupero del rapporto cinema-cultura. «Non può esistere un cinema che non sia cultura». dice il maestro portoghese accolto da un lungo applauso alla conferenza stampa di presentazione del film «Un film parlato», in concorso alla Mostra del cinema di Venezia. «Molière diceva che la parola serve a spiegare il pensiero, io credo che la parola sia il ritratto delle cose», spiega il regista a proposito della pellicola che racconta la storia di una giovane professoressa universditaria che attraversa il Mediterraneo in crociera e, nelle varie città in cui si ferma, incontra tre donne che la colpiscono molto: una francese (Catherine Deneuve), una greca (Irene Papas) e un'italiana (Stefania Sandrelli) oltre al comandante della nave (John Malkovich). De Oliveira dà una lezione su cosa intenda per cinema: «Il cinema è cultura - dice - è un'arte e sintesi di tutte le arti e rappresentazione della vita. Non può esistere un cinema che non sia cultura. Il presente è figlio del passato e non può esistere un presente se non c'è passato».
R. S.

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