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Margarethe, olocausto dalla parte delle donne

Una delle personalità più illustri di quello che, nei Settanta, avevamo definito Nuovo Cinema Tedesco nel cui ambito, nell'91, vinse qui un Leone d'oro con «Anni di piombo». Ieri sera è tornata alla Mostra con un film intenso, lirico ed insieme drammatico. sull'olocausto, «Rosenstrasse», visto però, come sempre nel suo cinema, dalla parte delle donne. La Rosenstrasse del titolo era infatti una strada di Berlino in cui sorgeva un edificio dove, nel '43, erano stati rinchiusi, dopo una retata, vari mariti ebrei di donne cosiddette ariane che invece, secondo una legge nazista ancora in vigore prima della soluzione finale», avrebbero dovuto godere degli stessi diritti delle mogli.
Come accadde a un certo momento a Rosenstrasse dopo una rivolta di quelle mogli. L'episodio, però, il film lo fa rievocare oggi dalla figlia di un'ebrea emigrata negli Stati Uniti venuta a incontrare a Berlino la donna non ebrea ma sposata a un ebreo che aveva avuto una parte attiva, sia pure anche dolorosa, in quegli eventi. Il presente, perciò, con la ricerca e la memoria, e il passato, con il suo strazio. Con personaggi incisi e forti, un clima teso in cui i due tempi trovano equilibrio in uno stile realistico asciutto che sa sempre alternare, senza concessioni al patetico, i sentimenti alle angosce, le pagine disperate e quelle attraversate da bagliori di pallide speranze. Dando trepido rilievo, come al solito, alle figure femminili, interpretate da attrici già più d'una volta incontrate nel cinema di Margarethe von Trotta, da Katja Riemann, la generosa non ebrea, a Maria Schrader, la figlia tornata a rivisitare le circostanze cui la madre aveva dovuto di aver salva la vita.
Un'altra personalità illustre in concorso ieri, Manoel de Oliveira che, a 93 anni, continua, con vitalità e freschezza giovanili, a esercitare il suo magistero nell'ambito del cinema portoghese. «Ume filme falado», e cioè «un film parlato», perché tre notissime attrici, la francese Catherine Deneuve, l'italiana Stefania Sandrelli, la greca Irene Papas, con l'attore americano John Malkovich e l'attrice portoghese Leonor Silvera, parlano sempre nella propria lingua, per dirci dell'unità europea di oggi e, grazie a un viaggio che una delle quattro compie dal Portogallo alla Turchia, passando dall'Italia e dalla Grecia, anche delle comuni radici culturali. Non facendo mai didattica, con un cinema quasi aereo, anzi, che tutti i temi li rappresenta e li sfiora con lirica levità. Anche quando il finale sarà tragico perché il terrorismo continua a minacciare questa comunione di sentimenti e di idee.
Con Ciprì e Maresco, invece («Il ritorno di Cagliostro», sezione Controcorrente), siamo solo a una farsa su una ipotetica industria cinematografica avviata in Sicilia nei Trenta, Beffe, caricature, risate, ma anche tanta goliardia.

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