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di RAFFAELLO UBOLDI «I HAVE a dream», «io ho un sogno», così comincia il discorso che Martin ...

Nessuno aveva creduto che questo piccolo uomo, destinato fra cinque anni a cadere sotto il piombo assassino, fosse capace di tanto. La goccia che ha fatto traboccare il vaso, che ha portato Martin Luther King su questo lato della barricata, risale al dicembre del 1955 quando nella cittadina di Montgomery, dove la tensione razziale è altissima, un'operaia di pelle nera, Rosa Parks, rientrando a casa stanchissima dal lavoro, ha osato sedersi su uno dei tanti posti rimasti liberi, nel settore della vettura riservato ai bianchi. Rosa Parks viene arrestata; e Luther King che guida un boicottaggio di protesta dei mezzi pubblici, viene anch'egli arrestato e imprigionato per «aver danneggiato» questa azienda. L'anno seguente la Corte Suprema degli Stati Uniti dichiara illegittima la segregazione razziale.
Ma le cose non cambiano più di tanto, e non dappertutto. In America, questa cittadella della democrazia, che ha inviato tanti dei suoi figli migliori a combattere e a morire in Europa, per abbattere le dittature, ci sono ancora fontanelle pubbliche separate per bianchi e neri, balconate divise a teatro, tavole di ristorante negate alla gente «di colore», discriminazioni nel diritto di voto, nell'assegnazione degli incarichi pubblici. Da qui la decisione di Martin Luther King di portare la protesta nel cuore stesso del potere americano. Come dice ancora alla folla radunata nelle piazze di Washington: «Ho il sogno che un giorno gli uomini si rizzeranno in piedi, e si renderanno conto che sono stati creati per vivere insieme come fratelli. Questa mattina ho ancora il sogno che un giorno ogni nero della nostra patria, ogni uomo di colore di tutto il mondo, sarà giudicato sulla base del suo carattere, piuttosto che su quella del colore della sua pelle, e ogni uomo rispetterà la dignità e il valore della personalità umana. Ho ancora il sogno che un giorno la giustizia scorrerà come acqua, e la rettitudine come una corrente poderosa». Un discorso che fa breccia nell'animo del presidente Kennedy.
Ed è Kennedy a rispondere introducendo una normativa che pone fine ad ogni genere di discriminazione. Una formula fortemente osteggiata dai congressisti che difendono i valori e i privilegi, dei cosiddetti «wasp» (un acronimo di «white, anglo-saxon, protestant», cioè «bianco, anglosassone e protestante»), tutto il contrario di quel che gli Stati Uniti dichiarano di essere, una «melting pot», cioè una società multirazziale, cui i difensori della segregazione oppongono il termine di «salad bowl», ovvero una «insalatiera», in cui i vari ingredienti (razziali in questo caso) pure essendo mischiati conservano le loro caratteristiche. Una riforma, quella proposta da Kennedy, che diventa legge soltanto nel 1964, sulla spinta emotiva del suo assassinio a Dulles. Luther King per ciò che lo riguarda gli sopravvive fino al 1968, quando si reca a Memphis per partecipare ad una marcia a favore degli spazzini della città - bianchi e neri — che sono scesi in sciopero. Mentre sulla veranda dell'albergo si intrattiene a parlare con i suoi collaboratori, dalla casa di fronte vengono sparati alcuni colpi di fucile. Luther King cade riverso sulla ringhiera, pochi minuti dopo è morto. Approfittando del momento di panico, l'assassino si allontana. Sono le ore diciannove del 4 aprile. Un mito (ha avuto anche il Nobel per la pace) è caduto al suo posto di combattimento.

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