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Un autentico scugnizzo prediletto dai napoletani

Frase scontata, ma che indica la modernità ed anche quello che Peppino De Filippo ci ha lasciato: una grande vitalità e un moderno senso del comico, che esce dai soliti cliché, magari come lo ricordiamo nelle sue interpretazioni teatrali. Non sembra passato tanto tempo. Peppino, il più giovane dei De Filippo, il minore, quello che aveva rotto con Eduardo, fratello e padre, per soli tre anni in più, era lo scavezzacollo, il brillante, l'attor giovane dei De Filippo, quello che passava dal teatro al cinema e alla televisione. Preferiva confidarsi con la sorella Titina, la più grande dei figli che Luisa De Filippo aveva avuto da Eduardo Scarpetta, lo "zio", come lo chiamavano i tre fratelli. La bravura di Eduardo e di Titina non si discute, ma per molti interpreti napoletani Peppino resta, come attore, il più versatile, quello più dotato d'umorismo e improvvisazione: il più irregolare rispetto alla disciplina ferrea del teatro.
Aveva iniziato da vero "comico" a sei anni, al Teatro Valle di Roma, con una commedia di Vita Di Napoli allestita da Eduardo Scarpetta con la Compagnia Dialettale Napoletana, per passare al ruolo del giovanissimo Peppiniello di «Miseria e nobiltà» dello stesso Scarpetta. Dopo l'avvio di Scarpetta i tre fratelli formaro la loro compagnia che si segnalava per una comicità immediata, scintillante, per poi riunirsi, dopo una breve separazione, nella Compagnia Molinari dove Eduardo fece le sue prime prove come autore, con «Natale in casa Cupiello». Subito dopo riformarono la compagnia che durò fino al '45, quando Peppino si divise e mise su la Ditta, affiancato dal figlio Luigi, che in un suo libro, una bella e amorevole biografia sui De Filippo, non manca di registrare, dal suo palco del "San Carlo", il successo dello zio Eduardo nel '45 con il debutto di «Napoli milionaria!», mentre il padre, Peppino, ormai non c'era più a dividerne gli applausi.
Anche Peppino aveva iniziato la sua attività di commediografo di farse di successo, con «Don Raffaele 'o trumbone», scelta che lo portava consapevolmente verso la farsa, come «Cupido scherza... e spazza» che nello stesso anno, il '31, presentava al Kursaal di Napoli. Non mancò di rappresentare con le sue commedie, autori come Pirandello («Liolà», «L'uomo, la bestia e la virtù», «La patente»), Machiavelli («La mandragola»), ma anche Bracco, Giannini, Terron e soprattutto Curcio. Un successo a parte ebbe il suo «Non è vero... ma ci credo!» (del '42), che in stagione verrà ripreso dal figlio Luigi che lo proporrà al Manzoni di Roma dall'8 al 28 dicembre, un testo di chiara comicità centrato su un male anche oggi attualissimo, e non solo a Napoli, la superstizione. Conoscevo Eduardo, che incontravo nei camerini dell'Eliseo da quando mi ringraziò con un affettuosissimo biglietto per quello che avevo scritto sul suo «Natale in casa Cupiello», proposto nel maggio e giugno del '76 a teatro esaurito, ma non ho mai conosciuto personalmente Peppino, che con la sua compagnia era al Delle Arti.
Ricordo, però, ancora il suo «Avaro» con l'entrata in scena di Lelia Mangano, la sua terza moglie, quando le si ruppe il filo di una collana, con tutte le perle sparse sul palcoscenico e, alcune, scivolate in platea. Un attimo di panico per tutti, ma non per Peppino che da avaro, piagnucolando, esclamò: «Questa mi rovina, una ricchezza buttata via. Raccogliamole queste perline, anche quelle in platea, non prendete nulla, vi vontrollerò uno sper uno» facendo tornare la tranquillità ed il buon umore, anche agli spettatori che raccolsero quelle cadute in platea e salutarono questa battuta con un grandissimo applauso a scena aperta: quello ad un moderno "comico dell'arte", sempre pronto ad improvvisare, far ridere, commuovere, secondo la grande tradizione napoletana.

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