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di RAFFAELLO UBOLDI SI DICE che i monaci del Monte Athos, comunità ortodossa semindipendente, ...

La conoscono solo due monaci fra di loro, abilitati all'uso di Internet, ma tenuti a mantenere il segreto su ciò che così vengono a scoprire. Beata ignoranza, dirà qualcuno, nel ricordo di quanto la nostra coscienza ne sia stata colpita. Anche se poi qualche dubbio non può non affiorare sul diritto di questo o quello di estraniarsi fino a tal punto dalla storia del mondo. Ciò detto, è certo che uomini fuori dalla storia ve ne siano a tutt'oggi, in questo pianeta Terra che presenta non pochi angoli non ancora esplorati.
Ve li rammentate, accadeva ancora pochi anni fa, le vicende di quei soldati giapponesi che spediti in avanscoperta nella giungla del Borneo, avendo perso le tracce dei loro commilitoni, hanno finito con l'inselvatichirsi, al punto da credere che la guerra sul fronte del Pacifico non fosse finita affatto nel 1945 con le bombe su Hiroshima e su Nagasaki? In Siberia, o meglio nella regione quasi inaccessibile della Kaamciatka, è successo qualcosa di abbastanza simile allorché una intera famiglia russa in fuga davanti agli orrori della guerra civile fra «rossi» e «bianchi», è stata ritrovata ignorante di tutto, nascosta in una caverna che era diventata la loro casa-rifugio e c'è voluto del bello e del buono per riconvertirli alla storia, che per loro aveva mantenuto tutti i propri segreti nell'arco di quasi ottant'anni. Posso aggiungere del resto un ricordo, una testimonianza personale, che riguarda un mio incontro, di una decina di anni fa, nel cuore della Siberia, al nord del grande lago Bajkal, con quel che restava di una tribù di evenchi, gente di lontana origine mancese, sottoposta dai coloni bianchi, dai tempi degli zar in avanti, ad una vera e propria campagna di genocidio.
Una tribù di cacciatori e di pescatori intrepidi, capaci di percorrere la foresta siberiana in lungo e in largo, e di affrontare in estate la collera del Bajkal su fragilissime canoe. In seguito si erano presentati i bianchi, per dire i russi in questo caso, offrendo vodka in cambio di pellicce, massacrando chi si rifiutava al baratto, portandovi le malattie più contagiose; e così, fra alcoolismo, uccisioni e malattie la razza degli evenchi era giunta prossima a sparire. Se ne erano salvate poche decine di individui, rifugiandosi nelle foreste meno accessibili, sotto la guida di un intrepido sciamano. Mantenendo la loro lingua, i propri costumi ancestrali, rifiutando ogni contatto fuori dal gruppo, di apprendere la lingua russa, di leggere libri e giornali. Nel corso di un'inchiesta condotta in Siberia per conto della Rai, mi riuscì egualmente di filmarne alcuni, ma da lontano, convinti com'erano che anche noi, innocenti giornalisti, fossimo in grado, magari intenzionati, di portare loro morte e distruzione. Un collega russo (l'Unione Sovietica era già un ricordo) mi disse che nessuno, nemmeno le milizie comuniste, nemmeno regnante Stalin, era riuscito ad avvicinarli più di tanto, così concludendo: «Per loro eravamo, e siamo il diavolo».
Altre notizie di uomini fuori dalla storia, ce le porta l'ultimo numero del «National Geographic», edizione italiana, con un reportage sui cosiddetti «uomini freccia» dell'Amazzonia, per dirci che questa gente è una delle diciassette tribù isolate, o meglio «non contattate», che vivono nella foresta brasiliana. In questa parte della foresta pluviale, nell'area indigena chiamata Vale do Javari, in effetti potrebbero vivere fino a 1350 persone mai contattate. Forse la più alta concentrazione al mondo di esseri umani che non hanno mai interagito con la civiltà moderna. Per lo più si tratterebbe di discendenti dei superstiti di battaglie sanguinose e di massacri perpetrati nei secoli dagli invasori bianchi. Indios che in seguito si sono dispersi nelle zone più impervie della regione, e che ancora oggi continuano ad evitare il contatto col mondo esterno. Un isolamento che gli consente di manten

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