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LOCARNO — È raro che ai festival il cinema coreano deluda.

Per indicare — filosoficamente e religiosamente — non solo il ciclo della vita collegato a quello delle stagioni, ma il suo ripetersi all'infinito: senza interruzione.
Si comincia in un eremo su un lago, tra le montagne. Lo abitano solo due monaci, il maestro, già anziano, e l'allievo, ancora un bambino. Attorno una fulgente primavera. Con l'estate, il bambino è diventato un adolescente e l'arrivo di una ragazza gli risveglia i sensi, tanto che andrà via con lei. Quando però l'autunno tingerà tutto di rosso e di giallo, il giovane tornerà: in fuga, perché ha ucciso la moglie da cui era stato tradito. Presto arriva anche la polizia, che lo riprende. Il monaco sente di aver compiuto il suo cammino (e anche il suo insegnamento) e morendo, con l'inverno, lascia l'eremo a un altro monaco che presto, a primavera, vedrà arrivare un altro bambino, l'allievo di domani...
La natura come simbolo, appunto, ma anche come rappresentazione perché Kim ki-duk, uno degli autori coreani più apprezzati, pur ricorrendo di continuo a simboli Zen e a metafore poetiche è sui modi con cui ha portato la sua storia sullo schermo che ha puntato tutte le sue ricerche linguistiche. Non solo il cambiamento dei colori via via che trascorrono le stagioni, ma la cornice in mezzo al lago di quell'eremo che, ad ogni pagina, raggiunge la pittura: con composizioni ora geometriche ora invece effuse e sfumate cui fanno da riscontro i gesti dei personaggi, fissati sullo schermo quando con accenti distaccati e ieratici quando con atteggiamenti quotidiani sempre estranei però all'idea di una cronaca. Mentre delle musiche più vicine al sacro che non al profano sottolineano ogni scena svelandone i più riposti segreti.
Meno convincente il film iraniano «Danehaye Rize barf» (Sottili fiocchi di neve) di Alireza Amini. Ci dice di due custodi di una miniera in montagna. L'unico loro momento felice è il passaggio, lontano, tra la neve, di una figuretta femminile. L'aspettano giornate intere e poi tornano alla loro solitudine. Un'elegia del vuoto e dell'attesa. Spesso però inespressa.

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