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«Scappai di casa per dedicarmi alla musica»

Da marzo ad oggi ha fatto più di 150 serate. E firma autografi come un divo. «Tutto merito dello swing»

Certo, parlare di «rivelazione» per un artista che il prossimo 6 dicembre compirà 80 anni potrebbe apparire fuori luogo. Eppure Nicola Arigliano, da Squinzano, in provincia di Lecce, è il cantante che ha lavorato di più negli ultimi mesi. Da marzo ad oggi oltre 150 concerti, dal Nord al Sud, nei Club e nelle Feste di piazza, dal Festival di Sanremo ad Umbria Jazz, sempre accompagnato dal suo ottimo quartetto, con Antonello Vannucchi al piano, Elio Tatti al contrabbasso e Gianpaolo Ascolese alla batteria. Che Arigliano non senta il peso dell'età lo si vede da tante cose: da come affronta le fatiche del Tour, dall'entusiasmo con cui si fa travolgere dal pubblico ogni sera, attardandosi a chiacchierare e a firmare autografi, e non ultimo da quello che mangia e beve prima e dopo ogni concerto.
Arigliano, le posso fare i complimenti?
«Grazie, cumpà. Tutto merito dello swing, la vecchiaia non esiste. Perché invece di presentare non ti metti a fare dell'avanspettacolo? Potresti essere il nuovo Maldacea».
Grazie, ma parliamo di lei. A chi si deve la sua riscoperta?
«Ma quale riscoperta, ho sempre fatto questo mestiere, solo che per qualche tempo hanno fatto finta di non accorgersene. Dai 50 ai 70 anni ho lavorato pochissimo. Devo molto a Mario Schiano, sassofonista e organizzatore, che mi ingaggiò alla fine degli anni Ottanta».
Lei è Pugliese ma abbandonò ben presto il suo paese per Milano. Che clima artistico trovò?
«La prima volta che scappai di casa per andare a Milano avevo 11 anni. Era il 1934. Poi ci tornai stabilmente negli anni '40, facendo un po' tutti i mestieri, anche quelli più umili. Pochi sanno però che in quegli anni studiai composizione con il maestro Corradini, arrivando fino al settimo anno di Conservatorio».
Iniziò a cantare solo in un secondo tempo?
«Sì all'inizio suonavo il sax, la batteria, il contrabbasso. Anche per me si era aperta la strada dei locali notturni milanesi. Ma erano tutti più bravi di me. Non potevo competere con strumentisti come Renato Sellani, Franco Cerri, Gianni Basso, Oscar Valdambrini. Però furono loro ad incoraggiarmi a cantare».
Quali erano i suoi modelli?
«Naturalmente lo swing. Cab Calloway, tutti grandi cantanti neri. Certo, c'era anche Frank Sinatra, che però non mi ha mai fatto impazzire. Preferivo Natking Cole o Frankie Laine».
Lei ha frequentato anche il mondo dei festival, della Tv, delle gare fra cantanti...
«Poco per la verità. Ricordo con piacere solo la partecipazione al film "La grande guerra" di Mario Monicelli, "Il cantatutto" in Tv con Milva e Claudio Villa e il Festival di Sanremo del 1964 con "Venti chilometri al giorno", ma la canzone grottesca a quell'epoca non era ancora apprezzata».
È stato anche uno dei primi cantanti a fare dei Caroselli.
«Sono stato per quasi trent'anni testimonial dell'Antonetto, la mia frase "io non discuto" fece epoca. Una pubblicità che mi ha dato anche una certa tranquillità economica».
Lei oggi viene considerato un maestro, un artista di culto. Cosa può dire ai giovani cantanti?
«Purtroppo non li conosco. In Tv guardo solo i Tg. Però siccome me lo chiedono in molti prometto di ascoltarli».

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