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Michael Pfeiffer: «Sono solo un manichino»

«Si è ben pagati per dar vita a delle maschere, non per giudicare il livello culturale del cinema»

Una situazione che non è facile da denunciare, nonostante la critica, compatta, qui in America, insista nello stroncare regolarmente tutti i film in uscita. La difficoltà nel deplorare la pochezza dell'attuale produzione hollywoodiana consiste nel fatto che film molto deboli incassano molto. Nelle ultime tre settimane, «Hulk», «Charlie's angels», «Terminator 3», «The Fast and the furious 2», hanno totalizzato insieme una cifra di incassi pari a quella dell'intero 2002 in tutta l'Europa Occidentale. Si parla di un profitto netto intorno ai 600 milioni di euro. Sono cifre da capogiro che seguiteranno a far produrre meccanismi economici vincenti e film sui quali non è neppure il caso di parlarne. In attesa che esca «Pirati dei Caraibi» (125 milioni di euro di budget) con Johnny Depp, ci accontentiamo di «Le avventure di Sinbad il marinaio» con Michelle Pfeiffer, la squisita (così la chiamano qui a Hollywood per via del suo conturbante sorriso) ennesima resa di un grosso attore alla implacabile legge marketing degli studios di Melrose Avenue.
Perché ha fatto questo film?
«Io sono una professionista, come lei, del resto. Così come lei è venuto qui ad intervistare me perché il suo giornale glielo ha chiesto, e magari io le sto pure antipatica, così io recito i copioni che mi offrono, dato che sono pagati molto bene. Non ci vedo niente di male. Anzi. Meglio essere la protagonista di un film infantile che non la diva di un film truculento pieno di sangue, violenza e sesso gratuito. Lo so lo so che a voi europei non va giù Hollywood e considerate questo cinema un genere di serie B, mentre noi ci divertiamo e ci piace l'idea di divertire. Certamente non prenderò l'Oscar per questo film, ma si tratta di un prodotto onesto che mantiene le promesse. Il cinema, del resto, è una grande industria dello spettacolo dell'intrattenimento. Il nostro compito è raccontare favole e sogni al pubblico per far dimenticare loro le mestizie della vita quotidiana, da questo punto di vista svolgiamo un ruolo pedagogico».
Esistono anche film che, magari, fanno pensare oltre che intrattenere.
«I film sono fatti dai produttori che controllano il mercato. Noi attori siamo maschere, professionisti che interpretano dei ruoli inventati per noi. Se questo è ciò che il mercato propone e che i produttori ci offrono noi siamo costretti ad adeguarci. È come la moda del piercing o dei tatuaggi. Uno può dire mi piace o non mi piace, ma la situazione non cambia; finiscono tutti per farselo perché è parte ormai della vita quotidiana in questo momento, è un fatto di moda. Negli anni '60 e '70 andava di moda il cosiddetto cinema di denuncia, oggi vanno i kolossal di intrattenimento, è una questione di trend».
Le piacerebbe venire a girare un film in Europa, magari diretta da Claude Chabrol?
«Non conosco il regista, ma se il copione è bello e pagano bene, perche' no?».
Si considera più diva o attrice?
«Non lo so, qual'è la differenza? Io vado dove e quando mi chiamano sulla base del mio cachet. Se questo vuol dire essere dive allora sono una diva».
Le piace la vita dell'attrice celebre?
«Non ne ho un'altra, non so come sia la vita di una donna che non è celebre».
E quando deve recitare la parte della donna comune?
«Me la invento, per quello mi pagano. Siamo attori non sociologi. Non rappresentiamo niente se non il personaggio che ci chiedono di interpretare. Detesto gli attori che credono di essere degli intellettuali o persone importanti. Siamo soltanto manichini e siamo parte di un ingranaggio più grande di noi, tutto qui, né più né meno».

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