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di MARIO BERNARDI GUARDI ERO UN LICEALE di belle speranze allorché Marcello Marchesi passeggiava ...

Sì, figuriamoci! Quel tipo poteva andar bene a mio padre che i cinquanta li aveva già superati, ma da me era lontanissimo. E neppure mi sfiorava la testa - o se me la sfiorava, si trattava di un passaggio rapido, che non lasciava alcuna traccia - il pensiero malinconico di un qualcosa che in futuro, chissà quando, avrebbe riguardato anche me. Ora, marchesianamente, rivendico la «mezza età», con tutte le sue dolci-amare bellezze, contro la «terza età» che, con tutte le sue tristi-volgari goffaggini, si esibisce nella nuova Tv. Che caduta di stile nel passaggio dall'eleganza disincantata di Marchesi alla greve burinaggine di Teo Mammucari con le sue patetiche tardone-velone!
È proprio il caso, cari lettori, di rivalutare quel signore che, nell'aprile del 1962, apparve improvvisamente, come se fosse capitato lì per caso, «in un programma televisivo musicale, tra un quartetto negro, un'attrice bionda e un virtuoso di fisarmonica» (Marcello Marchesi, «Diario futile di un signore di mezza età», Rizzoli,1963). Aveva i baffi alla Groucho Marx, gli occhiali alla Harold Lloyd, l'ombrello alla Chamberlain e il cappello «a caciottella», come dicono a Roma.
Cosa voleva? Con chi ce l'aveva? Se la prese, ma punzecchiandoli con garbo, con gli autori delle canzoni: come mai componevano unicamente per i giovani? Dopodiché cantò con brio una sua canzoncina e se ne andò mormorando «Che Niagara la vita».
Un tipo simpatico. Un borghese di quelli che piacevano a Longanesi. Non casualmente Longanesi piaceva a Marchesi che nel suo «Diario futile» ricorda: «Longanesi, quando voleva stroncare qualcuno, lo definiva una 'testa di manzo numero due', per non concedergli una priorità neanche nel peggio». C'è poi una bella definizione del fondatore di «Omnibus»: «Longanesi: il Toulose-Lautrec della brutta Epoque».
Borghese. Straborghese. Estremista del disincanto. Sorridente irriverente. Bonariamente intollerante. O, se si preferisce, causticamente tollerante. Eccolo, Marchesi. Con la sua mezza età abbastanza saggia per «commentare» la vita, senza cessare di viverla. Già, il bagaglio dell'esperienza: quello che, da che mondo è mondo, i giovani trovano pesantissimo. È giusto: hanno tutto il diritto e il dovere di sbagliare. Così come i signori di mezza età hanno tutto il diritto e il dovere di dire: guardate, state sbagliando.Senza risparmiare, ma senza nemmeno risparmiarsi. Infatti, il vero signore di mezza età è un filosofo che riflette sulla condizione umana.
Con spirito libero, da anarco-conservatore che evita come la peste i parrucconi pedanti. «C'è chi si sente giovane perché, in cinquant'anni, non ha combinato niente e c'è chi si sente giovane perché tutto quello che ha combinato l'ha dimenticato. È il caso mio. Ma procediamo con disordine. Il disordine dà qualche speranza, l'ordine nessuna».
Genialmente disordinato, Marchesi riflette, graffia,sorride, deride. Del «Diario futile» va conservato tutto. Noi, imbarazzati dalla scelta,apriamo a caso: «La provvidenza è astrattista», dice A. 'Non si capiscono mai i suoi disegni»; «Ipocrita: assisteva tutte le domeniche alle Sacre Finzioni»; «Abbiamo un nuovo ordine religioso: i cappuccini Hag»; «Il tirolese rauco si dà una spennellata di tintura di Yodel»; «F. a forza di andare a sinistra ha fatto il giro e si è ritrovato a destra»; «La signora Colgate va a cambiarsi d'alito (alito, proto!) e torna subito»; «Burocrazia: bolli, sempre bolli, fortissimamente bolli»; «Lei è di destra o di sinistra?». «Sono troppo vecchio per essere di sinistra e troppo giovane per essere di destra». «Allora?». «Centro-frivolo».
Il signore di mezza età. Un bel tipo, abbiamo detto. Convinto com'è che la vecchiaia non esista. Perché la vecchiaia è solo «una mezza età portata male».

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