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di PIERO VASSALLO IN UN interessante saggio sulla filosofia politica di Carlo Curcio, ...


L'interpretazione di Silvio Spaventa, fatta uscire, grazie a Pastori, dal buio storiografico che avvolge (con arte sinistra) tante memorie italiane, incoraggia la revisione dello schema quasi manicheo, che contempla il militare quadrato della cultura di destra intorno al fortino della burocrazia centralista. Un uomo di destra, come Carlo Curcio, che aveva studiato quell'importante aspetto della storia culturale della destra italiana, scriveva infatti: «Perché nel 1876 cade la destra dal governo? Perché ha errato, lo riconosce Silvio Spaventa. Il suo errore è stato appunto di aver tralasciato di considerare un insieme di istanze che rimanevano legate alla tradizione autonomista».
Di seguito Curcio precisava: «Qual è la ragione per cui Spaventa concepivano la vera amministrazione dello Stato soltanto nell'amministrazione comunale e provinciale? Una ragione di ordine spirituale e ideale: quest'amministrazione è la forma più alta della vita umana, che, dice Silvio Spaventa, di sua natura deve essere lasciata all'attività libera di privati cittadini».
È quasi inutile rammentare che Silvio Spaventa era (come sarà poi Curcio) del tutto estraneo a quella tradizione cattolico-tridentina, che aveva giustificato e alimentato le istanze autonomiste quali espressioni della resistenza popolare all'assolutismo.
Spaventa condivideva il culto hegeliano dello stato e prendeva parte alle passioni unitarie del risorgimento, mentre Curcio tentava di far passare il filo del discorso liberale attraverso la difficile cruna della suggestione decisionista.
Se non che l'attenzione alla realtà e la disposizione al dialogo, le qualità essenziali - classiche - della mentalità di destra inclinavano i due studiosi ad esaminare senza pregiudizi e ad apprezzare e condividere (almeno in parte) l'eredità storica del cattolicesimo politico. Adottate da Spaventa (e da Curcio) le ragioni della resistenza cattolica all'uniformismo giuridico e al centralismo burocratico furono adottate dalla destra liberale più illuminate.
L'influenza della dottrina controriformista è chiaramente visibile nell'ordinamento della monarchia ispanica (che De Tejada definì puntualmente federazione coronata di repubbliche) oltre che nella gelosa difesa delle autonomie da parte degli stati italiani. Ora l'ultima (anche se non ortodossa) eco della dottrina autonomista tradizionale si trova negli scritti politici di Vincenzo Gioberti, di Carlo Cattaneo e, appunto, di Silvio Spaventa e Carlo Curcio. Quest'ultimo dimostrò di aver inteso le ragioni della cultura tradizionale, riconoscendo che il luogo eminente della politica è l'amministrazione locale, dove i cittadini sono consapevoli di contribuire alla formazione e all'esecuzione delle leggi.

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