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di FAUSTO GIANFRANCESCHI L'ESTATE non è soltanto tempo di vacanze e di riposo, è anche tempo ...

Chi non conosce la Toscana, l'Umbria, la Puglia, la Sicilia? Pochi, mentre molti ignorano completamente una piccola terra nascosta, fino a non molto tempo fa considerata nient'altro che un'appendice dell'Abruzzo (cui era anche formalmente e burocraticamente unita). Parlo del Molise, un territorio in gran parte sassoso ma con ampi inserti verdissimi, poco popolato perché l'emigrazione di inizio secolo e del secondo dopoguerra, sollecitata dalla povertà, l'ha svenata. Non è raro guardare un panorama e non vedere nemmeno una casa, come se ci si trovasse altrove rispetto a questa Italia così densa di presenze umane.
Io, romano, ho una moglie molisana che quando mi ha conosciuto ha voluto ricordarmi il gioco imposto dai sanniti ai romani, alle Forche Caudine. Ho accettato la sfida e da oltre quarant'anni è un bel duello — non ci annoiamo mai. E debbo ammettere che il suo giogo è molto dolce e avvincente.
Ma sto divagando. Per farla corta, un giorno ho accompagnato mia moglie Rosetta in Molise, nel paese d'origine della sua famiglia. Mi è piaciuto — su un picco dominante un'alta valle di fronte al Matese — e abbiamo comprato una grande casa d'altri tempi: sull'architrave in pietra del portone reca incisa la data A. D. 1814. L'estate indimenticabile è la prima che ho trascorso lì, all'inizio degli anni Ottanta.
Ho cominciato a girare nei dintorni e ho fatto scoperte emozionanti, guidato proprio dalla mia ispirazione romana. Sepino è un piccolo centro strappato dai miei antenati ai sanniti e rapidamente romanizzato. La sua storia è tormentata: trovandosi in pianura, facile preda delle scorrerie, nel Medioevo fu abbandonato, gli abitanti traslocarono su una collina dove fondarono un nuovo paese. Nel Seicento e nel Settecento pastori e contadini tornarono a popolare il sito antico, approfittando dei materiali tratti dai ruderi per costruire le loro case e le loro fattorie.
Oggi Sepino è una rarità archeologica, per vari motivi. Vi si osserva la storia a strati, dall'antichità ai tempi odierni, perché un intelligente restauro ha lasciato intatte le costruzioni cresciute dal Seicento in poi sulle rovine, e perché i contadini ancora vivono lì, in abitazioni che recano incastrate nelle mura lastre di marmo con scritte romane. Ho visto addirittura delle galline che uscivano da una porta sormontata da un fregio tratto chiaramente da un'aria sacrificale.
Ma la riflessione più importante mi è stata ispirata dalla complessità della struttura urbanistica, tanto più interessante perché lo spazio è ridotto (quello di un piccolo paese odierno), circondato da mura e da torri di difesa, con quattro porte alle estremità del cardo e del decumano. Ebbene, in questo luogo modesto c'è tutto, come nell'Urbe e nelle altre città dell'Impero, quasi una riproduzione miniaturizzata: le terme, il teatro, il foro, il tempio, la basilica; e fuori le mura un monumento funebre che riproduce, in scala ridottissima, il disegno della Mole Adriana. Lì ho capito profondamente la magnificenza di Roma, che aveva la forza di diffondere ovunque, anche in una cittadella di provincia nascosta tra i monti, i suoi modelli.
Un'altra interessante scoperta molisana, effettuata nella stessa stagione, è stata l'Abbazia di San Vincenzo al Volturno. Nell'alto Medioevo, benché si trovasse in un posto oggi fuori mano, ai piedi delle Mainarde, era un centro di vita monastica fiorente, dotato anche di fornaci, di vetrerie, di altri laboratori artigianali. Poi, nel IX secolo l'Abbazia fu distrutta da una banda di Saraceni; i monaci emigrarono altrove e tornarono parecchi anni dopo per dedicarsi alla ricostruzione; ma il monastero non fu più quello di una volta, e rapidamente decadde. A partire dagli anni Settanta del Novecento una missione archeologica inglese ha intrapreso una campagna di scavi che non sono ancora finiti, tanto vasta era la zona occupata dall'Abbazia

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