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di GIAN LUIGI RONDI E COSÌ siamo arrivati alla sessantesima Mostra.

Doverosamente da festeggiare.
E difatti la festeggia il cartellone annunciato ieri dal direttore De Hadeln, con le sezioni solite e, al loro interno, una selezione di titoli che, sia pure come sempre giudicando solo da quelli e dagli autori che li sostengono, lasciano già intuire che a settembre a Venezia l'arte del film e tutto quanto le si raccoglie attorno saranno rappresentati nel modo più degno.
Per il cinema italiano, nel concorso, si fa subito strada Marco Bellocchio con «Buongiorno, notte». Lo segue Paolo Benvenuti con «Segreti di Stato». Affiancati da stranieri tutti di serie qualità, dal grande Manoel de Oliveira («Un filmo falado»), alla ben tornata Margarethe von Trotta («Rosenstrasse»), già Leone d'Oro per «Anni di piombo», al giapponese Takeshi Kitano («Zatoichi») che mi auguro si riscatti dall'insuccesso dell'altr'anno con «Dolls», all'israeliano Amos Gitai («Alila»), al francese Jacques Doillon («Raja»).
Fuori concorso, sempre nella sezione principale, ecco altri nomi di tutto rispetto. Intanto Woody Allen, che dopo il tradimento dell'altr'anno torna a Venezia con «Anything else», poi il nostro Bernardo Bertolucci («The dreamers»), i geniali fratelli Coen con «Intolerable Cruelty», James Ivory con «Le divorce», Ridley Scott con «Matchatick men».
Autori altrettanto interessanti nell'altra sezione in concorso definitivamente intitolata «Controcorrente», e quelli fuori concorso dei «Nuovi territori» e le opere prime scelte sempre con oculatezza della Settimana della Critica. Molto, moltissimo, ma ne sono certo, niente, di superfluo perché si possa sentire che il cinema è vivo. Uno degli impegni tradizionali (e maggiori) della nostra, cara mostra veneziana.

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