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Ottanta, rivoluzionario riflusso

Perché quel decennio è stato sì di marcia indietro, ma la marcia indietro più rivoluzionaria che potesse immaginarsi, quella che ha fatto virare di trecentosessanta gradi la storia del Novecento. Eccolo, nel 1989, il Muro di Berlino che crolla. Ed ecco, poi, sgretolarsi il Moloch del 1917, il comunismo reale, l'Urss e i suoi satelliti. Ma tant'è, Stefano Di Michele ha voluto intitolare «I magnifici anni del riflusso» il suo libro che ricavalca com'eravamo quattro lustri fa, aggiungendovi quel «magnifici» che suona più aggettivo di cuore, di sentimento, che di testa, di valutazione storica. O che è piuttosto tutti e due.
Di Michele è un giornalista parlamentare passato da «l'Unità» al «Foglio», un comunista sedentario, come lo definisce Giuliano Ferrara nella prefazione al volume (Marsilio Editore, 142 pagine 10 euro) perché la sua con il partito è «adesione senza comunione, sentimento e memoria più che attivismo e persuasione». E come li racconta, gli Ottanta? Ironicamente mischiando sacro e profano, politica e costume, e soprattutto spigolando frasi, autori, film, canzoni dimenticate. Ricordi e citazioni marginalissimi magari nell'economia di un affresco decennale, eppure capaci di fornire un angolo visuale illuminante. Come quelle righe di Doris Lessing che nell'89 racconta del suo micio trovatello: «La fiducia che aveva riposto in qualcuno, il suo amore, un tempo erano stati così profondamente traditi che quel gatto non aveva potuto consentirsi mai più di voler bene di nuovo». E, commenta Di Michele, «succede lo stesso agli esseri umani, che però non lo sanno».
La carrellata comincia con una morte naturale e una violenta. Ma tutt'e due prefigurano la fine di un'epoca: addio a Pietro Nenni, «stanco patriarca del socialismo italiano», e addio a John Lennon, ammazzato per troppa fama con pistolettate improvvise. Gli Ottanta in Italia vibrano ancora di sangue per mafia e per terrorismo. Sparano al Papa in piazza San Pietro, sparano a Walter Tobagi e al generale Dalla Chiesa. Il 2 agosto del 1980 sono 83 i morti che si contano alla stazione di Bologna, per quella bomba che squarcia chi va in vacanza. E nell'89 sugli scogli dell'Addaura trovano una borsa con cinquantotto candelotti di dinamite. Giovanni Falcone decide allora di far dormire in un'altra casa la moglie, Francesca Morvillo. Voleva proteggerla, fu invano.
Ottanta di in e out. Out la birretta «proletaria», in il panino e la Coca Cola, consacrati dai ragazzi della Milano-bene. Out gli slip, in i boxer. Out la colazione di lavoro, in il brunch. Il cubo di Rubik è il gioco-tormentone. Invece eskimo e borsello finiscono sul viale del tramonto. E però caccia al marchio fighetto, che sia in bella vista sugli indumenti. Cazzo, l'intercalare dei duri e puri che era una certezza quanto il manifesto di Marx, fa posto a cazzeggio. E la definizione del neologismo Di Michele la riscova in Sebastiano Vassalli: «Una sorta di solfeggio, di discorso non-discorso».
Le facce? Quella di Lilli Gruber che nell'86 debutta in Rai, quella di Abatantuono del disimpegno, eccezziunale veramente, altro che le pellicole firmate Salvatores. Forlani e i tre del Caf a posto di De Mita, e Wanna Marchi che lancia le televendite. Il tubo catodico scodella il Biscione. E appare Forza Italia. Mica quella del Berlusca, piuttosto quella dello slogan escogitato da Silvia Costa per la campagna elettorale biancofiore dell'87. Eppoi, qualche anno dopo, il «Fozza Itaia» col bambino che cammina a quattro zampe inventato da Testa. Il Cavaliere, una volta tanto, arrivò terzo.

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