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Ma nell'Unione Europea nessun Paese subirà l'idioma altrui


La questione relativa al futuro del nostro idioma sembrerebbe essere divenuta da qualche tempo materia per incalliti appassionati scommettitori sportivi più che di responsabili ed attenti cultori e difensori della nostra lingua. Alle graduatorie snocciolate ora in bene ora in peggio sulla presunta morte o supremazia dell'italiano sullo spagnolo o sul francese, credo che il cittadino comune non abbia compreso ancora nulla. Altro che il «politichese»! qui si tratta di decifrare ondate di proiezioni e dati contraddittori sull'eredità grammaticale di Dante che neanche Guelfi e Ghibellini riuscirebbero a dirimere.
Occorrerebbe rammentare che il nostro Paese si è avviato a condurre il semestre di presidenza europea con una ridda cervellotica di numeri in materia linguistica senza che nessuno si sia preoccupato di spiegare quale sarà la lingua della futura UE. Innanzitutto sarà bene dar principio alla memoria che oltre gli attuali membri dell'Unione, tra non molto se ne aggiungeranno altri, tra cui la Repubblica di Malta, ove seppure l'italiano (o meglio il maltese-italiano) sia lingua comunemente parlata, probabilmente quella inglese resterà quella ufficiale. Così come altrettanto complesse saranno le questioni legate a tutti quei territori dell'ex blocco sovietico in cui l'interesse per l'italiano sta rifiorendo sorprendentemente dai Balcani agli Urali. Per non parlare infine del bacino del Mediterraneo, ove specie in area magrebina l'italiano parlato è servito e serve ancora per tutti quegli emigranti che guardano con speranza al nostro Paese per un futuro di benessere lavorativo, esclusi ovviamente i clandestini che tali rimarrebbero anche sulle coste francesi o spagnole.
A mio giudizio il problema resta aperto e ben vivo, sia che si voglia vedere dall'una come pure dall'altra parte. Qui non si tratta di fare del «purismo» accademico una sorta di principio panteistico e divisorio tra il bene e il male, tra chi di destra difende l'italiano e chi di sinistra ne apre incondizionatamente le ante ai «forestierismi». L'Italia è una grande nazione e soprattutto una potenza culturale. Un Paese dotato di istituzioni di prestigio che come l'Accademia dei Lincei, degli Incamminati e della Crusca e la stessa Società Dante Alighieri non mancano di uomini, intelligenze ed idee (e pochi soldi) degni di ogni valore. Del resto se il toscano di Dante, Boccaccio o Petrarca non fosse stato così amato non si spiegherebbero neanche gli oltre 500.000 visitatori che in pochi mesi hanno invaso la mostra «Dove il sì suona».
Dunque, cosa c'è da temere a destra che non si sappia anche a sinistra e viceversa? Chiediamoci, ad esempio, cosa potrà accadere durante una seduta parlamentare a Strasburgo o a Bruxelles quando il rappresentante sloveno replicherà a quello spagnolo, cosciente che quella «ispanica» è la terza più parlata delle lingue del mondo? Probabilmente lo sloveno pronuncerà il suo discorso nella propria lingua e quello spagnolo risponderà con quella iberica, aspettando che l'interprete traduca. E quello tedesco si rivolgerà al francese rinunciando alla propria millenaria storia solo per grazia della bella Dea Ragione di Cartesio? Nulla di tutto questo accadrà! In Europa nessuno abdicherà il proprio «trono» idiomatico a favore dell'altro. Del resto chi non ricorderà quanto tempo passò prima che il parlamentare Schultz comprendesse dal proprio traduttore la proposta offertagli dal Presidente Berlusconi per poi togliersi infastidito gli auricolari?
Dunque tante lingue, ma tutte ben distinte una dall'altra e su questa via sicuramente si troverà una saggia soluzione in cui il più generoso concederà in prestito la maggior parte dei propri beni, perdendo valore e qu

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