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PICCOLO contributo - in forma di intervista immaginaria con Antonio Gramsci - alla nota controversia, ...




di RUGGERO GUARINI

Ha visto? Si torna a parlare di lei.
«Ho visto. Non mi sembra, tuttavia, che dalla discussione siano emerse delle vere novità. Il documento che l'ha provocata è comunque molto interessante. Alludo ovviamente alla lettera, rimasta finora inedita e appena pubblicata, che mia moglie e mia cognata, Julia ed Eugenia Schucht, nel dicembre del 1940, scrissero al compagno Stalin per esprimere i loro sospetti sull'atteggiamento che Togliatti e altri compagni del mio partito in esilio a Mosca avevano assunto sul mio "caso"».
E quali deduzioni ne ha tratto? Secondo alcuni storici italiani, quella lettera conferma che Togliatti, quando si profilò la possibilità di ottenere la sua scarcerazione in cambio della contestuale liberazione di due sacerdoti italiani arrestati in Russia, tramò alle sue spalle un complotto per sabotare le trattative segrete avviate a quello scopo fra l'Italia, il Vaticano e l'Urss...
«Può anche darsi che le cose siano andate in questo modo. Questo sospetto, come lei sa, avvelenò i miei ultimi anni di vita nelle prigioni fasciste. Ma che fosse realmente fondato non è stato ancora (devo ammetterlo) provato in modo inoppugnabile».
Suvvia, ormai lo sanno tutti che lei, quando era in carcere, avendo osato esprimere qualche riserva sui primi vagiti del regime staliniano, venne isolato dai suoi stessi compagni di fede e di prigionia, e che questo le fece pensare che il Partito avesse fatto loro pervenire l'ordine di emarginarla...
«Questo non ha niente a che vedere con l'idea che Togliatti sia addirittura arrivato, in quegli anni, a brigare per farmi restare in galera. Certo non posso escludere che a un certo punto abbia potuto pensare che gli conveniva fregarmi. L'uomo (questo l'ho ormai capito) era capace di tutto. Ma dove sono - ripeto - le prove?»
Supponiamo che ci siano.
«Be', se ci fossero, sarei costretto purtroppo ad ammettere che il partito fece bene ad abbandonarmi al mio destino».
Costretto? E chi potrebbe costringerla ad approvare una simile infamia? La sua coscienza, forse?
«Non lei, bensì quella sublime entità intellettuale e morale che io stesso ho deciso da un pezzo di mettere al suo posto».
E qual è mai, di grazia, questo tribunale supremo?
«Vedo che lei non ha ancora letto le mie celebri Noterelle sulla politica di Machiavelli. Sono le pagine forse più interessanti dei miei "Quaderni". Si tratta in sostanza di un saggio sui rapporti fra politica e morale. Anzi di un piccolo trattato di etica generale. La mia Ethica in nuce. Che cosa è il Bene? Che cosa è il Male? Io sostengo che ogni nostro atto deve essere giudicato buono o cattivo, utile e dannoso, virtuoso o scellerato, in base al vantaggio o al danno che può arrecare al Partito. Questa almeno è la tesi che sostengo, papale papale, in quel mio trattatello».
Intende forse dire che il solo criterio di giudizio che deve guidarci nella valutazione delle nostre azioni è la loro utilità o nocività per il Partito?
«Proprio così. In quel mio scritto, infatti, demolisco tutte le antiche morali sia religiose che laiche proclamando apertamente che buone sono soltanto quelle azioni che incrementano il potere del Partito - e cattive, tutte quelle che lo contrastano».
Insomma lei ritiene che il Partito debba prendere, nella nostra testa e nel nostro cuore, il posto di Dio e della Coscienza.
«Legga quelle mie limpide paginette e vedrà che mi ha rubato le parole. Il Partito, l'interesse del Partito, la volontà del Partito, il potere del Partito, al posto della divinità, della coscienza e dell'imperativo categorico: sono appunto queste le espressioni di cui mi servo nel mio trattatello per enunciare i primi principi della mia Etica».
A questo punto, caro signor Gramsci, non posso sottrarmi al dovere di chiede

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