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LA «BOHÈME» di Puccini o la «Bohème» di Folon? I critici e gli spettatori più tradizionalisti sono rimasti ...

repliche il 25 di questo mese e il 2-9-17 agosto), sarà ricordata come un esperimento riuscito. Anche perché capace di animare un dibattito nel quale ciascuna delle parti ha dalla sua qualche ragione: perché se è vero che l'opera è per sua natura conservatrice e tende a ribadire quel che si è accumulato nell'«immaginario» a partire dal battesimo iniziale; e se dunque paesaggi e personaggi non possono essere stravolti perché sarebbe come recar violenza alla musica; è altrettanto vero che l'«originalità» della «ricreazione» può trovare splendidi accordi con l'origine e l'apparente sfida risolversi nella sintonia, nella «corrispondenza d'amorosi sensi». Bene, Folon, con le sue creazioni policromatiche affidate al nitore di segni elementari (la neve, il sole, il cielo sono visti attraverso i filtri dell'evocazione onirica e della fiaba), ha saputo dare un «profilo» alle suggestioni pucciniane. Che sono parola, musica, ma anche immagine.
Certo, gli allestimenti scenici, le cose son ridotti all'essenziale: ma uno schermo racconta i colori dell'amore con grazia lieve e immediatezza simbolica. Una bella «Bohème», dicevamo, perché il «pathos» pucciniano è eterno, perché Folon stabilisce con l'artista una amicale complicità e perché la Mimì di Carla Maria Izzo ha una voce così carica di sfumature, così tenera e delicata in quelle tonalità basse tanto difficili da gestire, da suscitare ammirazione e commozione. Meno intenso il pur bravo Ramon Vargas (Rodolfo), «professionali» gli altri. Il timone della regia è tenuto saldamente da Maurizio Scaparro, dirige l'orchestra con maestria Alberto Veronesi.
M. B. G.

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