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di ANTONIO SPINOSA COME si può non definire «indimenticabile» una estate senza evocare nella ...

la donna una ragazza figlia di un maniscalco. La memoria dell'evento è sbiadita, sebbene non dispersa. Più non ricordo neppure come lei si chiamasse. Ma il volto mi è chiaro nella mente, e le mani non le ho mai dimenticate. Ne ricordo la voce e le parole. Erano gli anni della giovinezza e della guerra. Una giovinezza che cominciava, una guerra che non finiva.
Noi sapevamo di essere spiati dai mille volti del piccolo borgo, e cercavamo di nasconderci nel declivio di un bosco. Vi arrivavamo percorrendo sentieri ogni volta diversi, ma c'era sempre qualcuno sul nostro cammino, un pastore, una contadina, il guardaboschi comunale che era la persona più curiosa con quel mezzo sorriso d'intesa sulle labbra.
Io andavo alla fucina del maniscalco per mostrargli simpatia. Chissà se il fabbro sapeva del fuoco che animava la figlia e me, essendo egli esperto di fuochi. Un giorno in quel bosco la ragazza trasale. Ecco il guardiano, esclama, tirando giù la gonna.
Dissi: «Lui è la nostra coscienza; ci richiama all'ordine».
«Ma che ordine! Ogni contadina è sua!».
«Lui se lo può permettere, porta il berretto dell'autorità».
«Il guardaboschi abbatte le donne come abbatte gli alberi, quando il comune ha bisogno di soldi».
«Già, questo è un bosco ceduo».
«Se abbatteranno gli alberi dove siamo ora, dovremo davvero trovarci un altro posto», concludeva lei.
Dal cocuzzolo di quel monte avevamo visto arrivare la prima pattuglia di soldati americani. Erano quattro militari in divisa color sabbia, in avanscoperta; e si avvicinavano al borgo che i soldati tedeschi avevano appena lasciato dopo aver fatto saltare la cabina elettrica, razziato cavalli e deportato sei uomini sui cinquant'anni; avevano chiesto alle genti del borgo se volevano seguirli, andare avanti con loro. Dicevano «avanti», ma in realtà retrocedevano, si ritiravano con lentezza estenuante.
«Andai incontro ai primi americani», dicevo alla ragazza. E ridendo le raccontavo un episodio di guerra che lei già conosceva, ma che a me piaceva ripetere.
«Eppure - interrompeva la ragazza - eravamo certi che da queste parti non sarebbe mai passato un soldato tedesco».
«Ti ricordi come andai incontro ai primi americani, insieme ad alcuni sfollati napoletani che si erano rifugiati tra noi per sfuggire ai bombardamenti della loro città? Proprio alle Tre Croci avvenne il contatto. Ti sarai accorta che uso un termine guerresco, come se niente fosse. Uno di quei napoletani mi disse: voglio proprio vedere se 'sto sfaccimme mi dà una sigaretta».
«Sfaccimme sarai tu e soreta», rispose il soldato.
Noi impallidimmo. Ma il soldato subito si mise a ridere distribuendo a tutti sigarette e cioccolate. Poi, rivolgendosi ancora al napoletano che non si era ripreso dallo spavento disse: «Sembri nu sòrece, un sorcio».
Era passata. Il gregge che spesso incontravamo era lontano. Si sentivano gli ultimi latrati del cane. Era sera. Io accarezzavo le cosce alla ragazza sollevandole le veste.
«No. Adesso sono io in prima linea», sussurrò.
Ma non disse altro, rimanendo ferma nella sua chiusura.
Forse la ragazza si chiamava Carmè. Carmela. Quel che è certo è che non è stato un sogno.

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