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di FRANCESCO MANNONI «LE IDEE non servono più in politica e nella società, nella cultura e nella comunicazione.

L'incipit della «Sconfitta delle idee» (Laterza, 145 pagine, 14 euro) enuncia in poche righe il nucleo teorico dell'ultimo saggio di Marcello Veneziani, vincitore del Premio letterario Hemingway Lignano Sabbiadoro.
Veneziani, che cosa comporta la sconfitta delle idee?
«Comporta un primato della quantità sulla qualità, che in televisione si traduce con il primato degli ascolti sui contenuti, nelle aziende con il prevalere dei fatturati sulla qualità dei prodotti, nella politica con quello del successo elettorale dei singoli politici sulla coerenza del progetto di cui sono portatori. La sconfitta delle idee, insomma, comporta un rovesciamento delle tavole dei valori su cui si fonda la cultura. E così ci troviamo a entrare in una società benestante ma barbara, incolta».
Possiamo parlare, dunque, di morte delle idee?
«Non credo alla morte delle idee. Per "sconfitta delle idee" intendo il loro crepuscolo, che può essere anche un'eclisse momentanea, ma non la loro estinzione, perché se le idee si estinguessero per sempre dovremmo dimetterci in massa dalla condizione umana».
Chi ha sconfitto le idee?
«Penso che i principali responsabili della sconfitta delle idee nel Novecento siano due: da una parte l'abuso d'ideologia che nei decenni passati ha bruciato le idee, mostrandone il volto sanguinario e intollerante e provocando perciò una sorta di rifiuto nei confronti di quelle cognizioni usate come fossero delle armi; dall'altra il trionfo del liberismo, del mercato e della regolamentazione spontanea della propria vita a prescindere da un'idea, da un sistema di valori di riferimento. C'è chi pensa che senza idee si viva meglio, alla giornata, limitandosi a cogliere le opportunità che capitano».
Il Novecento è stato una vera fucina di idee. Che cosa ne rimane oggi?
«Rimangono dei gusci vuoti, come quelli del socialismo, del comunismo e del fascismo, che però generano ancora discriminazioni, reazioni e intolleranze. Queste idee hanno perso ogni vitalità e vegetano in uno stato di sopravvivenza riottosa, rancorosa, prive ormai di alcun senso».
Questa sua critica riguarda sia la destra sia la sinistra?
«L'impoverimento delle idee è trasversale. Credo che l'attuale sconfortante spettacolo dell'Occidente non possa essere addebitato a un solo versante politico- culturale. Se oggi assistiamo al trionfo dell'utile, del mercato, della vitalità istintiva, ciò dipende da processi che trascendono la politica. Le idee non sono né di destra né di sinistra. Le idee stanno in alto e tutto il resto in basso».
Come potrà sopravvivere una società orfana delle idee?
«Io confido nella naturale vocazione degli uomini a nutrirsi d'ideali, perché l'umanità in quanto tale non può vivere a lungo digiuna di idee. Attualmente viviamo nel disagio, nell'insoddisfazione e nell'insofferenza perché non siamo ancora riusciti a focalizzare questo bisogno dialettico di produrre idee, orientamenti di vita e progetti continuati nel tempo».
Lei dice che le idee sono state sconfitte, ma una almeno in Italia sembra resistere, data l'ostinazione con cui tante persone continuano a dichiararsi comuniste: come mai una simile perseveranza?
«È un'ostinazione che riguarda ormai una minoranza, e penso che la sua ragione principale sia la separazione delle idee dalla realtà. Molti considerano l'idea comunista ancora pulita e vergine, e giudicano i fallimenti che essa ha registrato nella realtà dei semplici incidenti di percorso, dovuti a contingenze storiche. In questo modo salvano "l'incontaminata purezza" del comunismo».
Anche l'attuale governo, secondo lei, naviga a vista, senza idee che gli facciano da bussola?
«Alla povertà d'idee non si sottrae nemmeno il governo di centro-destra, che è succube di un pragmatismo privo di respiro, incapace di uscire dai limiti angusti del contingente».
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