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di FRANCESCO CARELLA «VUOI i nostri voti? Impegnati a concedere la grazia a Felice Ippolito, ...

La richiesta fu accolta presto e Ippolito poté abbandonare il carcere di Rebibbia. Vi era rimasto due anni e tre mesi. Correva l'anno 1964. Era stato condannato per illeciti amministrativi. Fu un processo memorabile. Divise il mondo politico, affascinò il Paese, uccise il sogno nucleare italiano. Sogno che coincise, in larga parte, con l'avventura scientifica e politica di questo dinamico ingegnere napoletano con cattedra nelle università di Napoli e Roma, già nel 1952 alla guida del Cnrn (Comitato Nazionale Ricerche Nucleari) e nel '60 al timone del Cnen (Comitato Nazionale Energia Nucleare). Non si va molto lontano dal vero se si scrive che, una volta archiviato il caso Ippolito, il nostro Paese non ha più trovato né la capacità né la forza per realizzare una politica energetica in sintonia con le aspirazioni di una grande potenza industriale.
Oggi l'Italia detiene alcuni primati, poco invidiabili, all'interno dell'Ocse: per il 17% degli approvvigionamenti energetici dipende dalla Francia, per il resto dal metano importato dall'Algeria e dal petrolio acquistato sulle piazze internazionali. È l'unico Paese in cui la dipendenza dall'estero ha continuato ad aumentare, dopo le crisi petrolifere degli anni '70, l'unico a non produrre energia di origine elettronucleare. In che modo tale anomalia sia stata costruita è una questione non ancora adeguatamente studiata sul piano storico. La «diversità» del nostro Paese ha radici più profonde e lontane rispetto alle decisioni governative prese alla fine degli '80, quando si rinunciò in modo definitivo a una politica dell'energia nucleare, sull'onda emotiva suscitata dall'incidente verificatosi presso la centrale sovietica di Chernobyl. «L'Italia non è stata, né sarà mai indipendente», confida nel '97 Felice Ippolito, pochi giorni prima di morire, a Barbara Curli, curatrice di un libro intervista, «Il progetto nucleare italiano», uscito tre anni fa presso Rubbettino e che converrebbe rileggere dopo i recenti black-out. «Ciononostante - continua il professore - occorre porre mano a una strategia energetica seria, affinché il nostro Paese possa essere credibile e autorevole sul piano internazionale. Ho cercato di farlo capire ai politici italiani fin dai primi anni del secondo dopoguerra, scontrandomi, purtroppo, con una caratteristica tipica della nostra classe dirigente: la completa ignoranza in campo tecnico-scientifico».
Del resto, è ormai passata alla leggenda la risposta che il ministro Pietro Campilli ottenne dal premier Alcide De Gasperi, quando andò a parlargli dell'importanza del nucleare civile. De Gasperi rispose: «Se proprio vuoi farla questa cosa nucleare, falla». Ed è lo stesso Ippolito a ricordare un altro episodio che vede protagonista il ministro dell'industria Villabruna. Alla fine degli anni '50, parlandogli della necessità di costruire nuove centrali, si sentì rispondere: «Ma come, non ce le abbiamo già le centrali?». E oggi? Oggi la Società Italiana di Fisica ricorda che tutti i Paesi avanzati sono alle prese con progetti di ricerca che riguardano il nucleare, tranne, manco a dirlo, il nostro.

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