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A Licata si aggira uno yankee

Era già spuntata l'alba del 10 luglio 1943. La casamatta era vuota. Al reparto era aggregato un corrispondente di guerra americano (un embedded, si direbbe oggi) che aveva risieduto a lungo a Roma prima della guerra. Mentre stavano valutando la situazione, squillò il telefono. Il giornalista rispose in italiano. «Pronto!». La voce, all'altro capo del filo, annunciò che parlava dal comando di zona, e chiese informazioni riguardo all'ubicazione delle truppe degli invasori. «Qui non ce ne sono», rispose il giornalista: «La situazione è tranquilla da queste parti». L'episodio fu raccontato da David Woodward, corrispondente di guerra del Times: «Dal comando tolsero la comunicazione e, probabilmente, ripresero il sonno interrotto». Gli anglo-americani incontrarono una debole resistenza nell'isola. Per diverse ragioni. Molti storici ritengono che era ormai venuta a mancare la volontà di combattere contro un nemico forte, motivato, organizzato, che disponeva di mezzi e tecnologie d'avanguardia. In Sicilia il generale Patton non nascose il proprio entusiasmo per l'impiego di un apparecchio radioricetrasmittente portatile che permise alle truppe a terra di guidare il puntamento dei cannoni da 152 millimetri degli incrociatori alleati che sostavano al largo. La popolazione (che pure reagì con grande forza d'animo ai bombardamenti a tappeto) non si sentiva particolarmente coinvolta nella difesa. Uno storico siciliano, Santi Correnti, ricorda un detto popolare, che dice: «Ccu tutti fazzu guerra, fora di l'Inghilterra» («Con tutti farò guerra, tranne che con l'Inghilterra»). Winston Churchill, che era al corrente dei sentimenti anglofili di molti siciliani progettava di trasformare la Sicilia in una «grande Malta», ossia in uno Stato autonomo legato all'Inghilterra che avrebbe consentito all'Impero britannico di mantenere il dominio del Mediterraneo. Pare che questo progetto avesse l'appoggio della massoneria internazionale (pochi mesi più tardi, Andrea Finocchiaro Aprile, alto esponente massonico, dette vita al movimento separatista siciliano). Per molti anni ebbe credito l'ipotesi che la mafia avesse protetto l'operazione Husky (così fu chiamato in codice lo sbarco). Secondo Arrigo Petacco si tratta di una leggenda, che Cosa Nostra ingigantì per ingigantire la propria potenza. In realtà, la mafia siciliana era allora in ginocchio. Non lo era invece quella americana che, d'accordo con complici politici, inventò la storiella della collaborazione per ottenere in cambio la scarcerazione di Lucky Luciano, gran capo di Cosa Nostra allora all'ergastolo. Luciano fu liberato dopo la guerra «per meriti patriottici» e spedito in Italia come indesiderabile. Lo sbarco fu preceduto, accompagnato e seguito, dal martellamento dei bombardamenti aerei alleati, che provocarono decine di migliaia di vittime. Sessant'anni fa le azioni aeree non avevano i requisiti «chirurgici» di oggi. Non c'erano i missili «intelligenti». Le bombe erano «stupide». Ovvero: i comandi militari (dall'una e dall'altra parte) erano convinti che la popolazione civile dovesse essere colpita (come accadde a Coventry, o a Dresda) per indebolirne la resistenza e per aprire un varco nelle certezze di vittoria dei governanti. I siciliani - gente fiera e dura - non dettero segni di cedimento. Ma, appena quindici giorni dopo lo sbarco, il Gran Consiglio decretò la caduta di Mussolini. Bombardamenti a parte, la rapida conquista dell'isola da parte alleata risparmiò ai siciliani la guerra civile. E le file dei separatisti si infoltirono enormemente. Un anno più tardi si calcolò che fossero 480 mila gli aderenti al movimento indipendentista. Era in voga una canzone: «Non vulemo sfruttaturi, /non vulemu cchiù tiranni; /

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