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I TEATRI d'opera sono vittime d'inestinguibili crisi.

i direttori d'orchestra non scherzano quanto ad ingaggî; costumi e scene, a volere far sfoggio di sé, esigono costi proibitivi, e l'euro contribuisce, pesante com'è, a render le cose difficili. Eppure, non ostante questa crisi che divampa immisericordiosa, i templi lirici continuano tenaci nella loro ardua e deliziosa missione culturale: diffondere una forma d'arte tra le piú irrazionali e maliose che si conoscano nell'àmbito della civiltà occidentale.
Non è per caso che ogni Stato europeo sia orgoglioso d'un Teatro d'opera degno di lode (o comunque tenuto per tale): a cominciare dalla Scala d'Italia. Né da meno è l'Opéra National de Paris. E questa rubrica su titolata «Vale un viaggio» non avrebbe potuto scegliere meta piú pertinente. «Parigi è sempre Parigi», recita un detto dei nostri abavi, ed un vecchio sondaggio la classificò come la città in cui gli italiani avrebbero preferito abitare se fossero stati costretti a lasciare (o vero avessero potuto lasciare) lo Stivale. Ancor oggi resta l'obiettivo tra i precipui degli svaghi che seguono ai commoventi contratti nuziali
Ebbene l'Opéra di Parigi, tra il Palais Garnier e l'Opéra Bastille, scodella dal settembre prossimo venturo al prossimo giugno ben venti titoli. A soddisfare tutte le inclinazioni dei musicofli, e degli sposi: e degli amanti (della lirica). Da «Tosca» a «Traviata» da «Bohème» a «Otello», dal «Trovatore» a «Gianni Schicchi» a «I Capuleti e i Montecchi» nel debito tributo al nostro melodramma (che si celebra piú a Parigi che a Milano o a Roma). Omaggio al divino Mozart con «Il flauto magico» ed al paro divino Wagner con «Il vascello fantasma». Eppoi Richard Strauss con «Salome», «Ariadne auf Naxos» e «Capriccio». La novità con «L'Espace dernier» del giovane Matthias Pintscher su testo di Rimbaud. A tacere delle rare «Indie galanti» di Rameau, della ferina «Lulu» di Berg, della «Manon» di Massenet, etc... etc....
R. T.

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