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di MARIO BERNARDI GUARDI SIA reso un grazie di cuore a Carlotta e ad Alberto Guareschi, ...

Non solo quello di don Camillo e Peppone, padre affettuoso di due tra i personaggi più vivi e veri della letteratura italiana del secondo dopoguerra: ma anche l'«altro», il Giovannino del Bertoldo e delle prime prove narrative. Quello che non aveva ancora i bei baffoni che gli conosciamo e che sono un po' la sua divisa: ma, quanto ad estro umoristico, era già ottimamente attrezzato. Si prenda un romanzo come «Il destino si chiama Clotilde», or ora riproposto da Rizzoli. Lo scrive nel '42 il Giovannino «milanese», da sei anni nella Capitale Morale come redattore del «Bertoldo» e già umorista conosciuto e apprezzato. Con i suoi disegni, per fare un facile giuoco di parole, arriva sempre al segno; e le sue prose sono rimpianti di genialità. Guareschi scrive in un italiano pulito, ci tiene a non far sfoggio di vocaboli preziosi, non ricorre mai alla volgarità. Come tutti i «grandi», non ha bisogno di mezzucci per sollecitare l'attenzione del lettore; come ogni scrittore che si rispetti, sa dosare effetti e sorprese; come umorista che l'arte di far ridere ce l'ha nel sangue, ma costantemente la cura e la educa, ora fa sbrigliare la fantasia, ora la richiama all'ordine attraverso la disciplina stilistica. Riuscendo ad essere perfettamente «naturale»: ragion per cui la miscela di reale e surreale, di normale e di straordinario, di razionale e di paradossale, risulta perfetta in ogni sua componente.
Guareschi è abile ed amabile: non c'è una parola di troppo in quel che scrive e niente di quel che scrive urta o disturba. Perché è un grande maestro di umanità: e la dilatazione caricaturale del vero, tipica dell'umorismo, nasce da una chiara coscienza della realtà, del cuore degli uomini, di quel gazzabuglio di bene e di male che vi risiede, come già notava, con bonaria comprensione, Alessandro Manzoni nei «Promessi sposi».
«Vi racconto l'umanità», potrebbe davvero essere uno dei motti di Giovannino. E siccome la sa raccontare, siccome «l'assurdo» dei personaggi e delle vicende che ci presenta è comunque ironica proiezione della vita o sua grottesca deformazione, ecco che il lettore beato si abbandona a quelle invenzioni che stravolgono la quotidianità ma che pure sono così prossime ad essa.
Intendiamoci: i lettori di don Camillo non si aspettino di trovare nelle avventure di Filimario e di Clotilde il mirabile moralista degli anni che faranno seguito a quella guerra che Giovannino farà da bravo soldato, beccandosi anche un «soggiorno» in un «lager» tedesco. Nei «dintorni» dell'impassibile gentiluomo Filimario, della bellissima, intraprendente e prepotente Clotilde e di tutti gli altri personaggi (Ketty, Settembre, Pio Pis, Giorgino...), c'è solo da trovare occasioni di sorriso o di risate a cuore aperto. Al centro della storia, tanto per dirne una, ci sono un bicchiere di olio di ricino e l'ostinato rifiuto di Filimario di trangugiarlo. Un rifiuto che viene da lontano: all'età di sei anni e sedici giorni, infatti, aveva risposto «no» a sua madre, la signora Gelsomina, che gli aveva detto di berlo «per il suo bene». No, non lo avrebbe bevuto: meglio restar digiuno per un anno. Persona di carattere lei, personcina di carattere lui: o lo bevi o non mangi; non lo bevo e non mangio. Conseguenza: Filimario, dopo tre giorni di digiuno, riempie di giocattoli la sua valigetta e trasloca a casa dello zio Flip, che adorava il nipotino. E lì resta per vent'anni. Poi la madre passa a miglior vita: c'è in ballo una cospicua eredità, ma Filimario è disposto a bere il bicchiere di olio di ricino? No, ovviamente. Come non è disposto a sposare Clotilde che allora lo rapisce ecc. ecc. Cari lettori, ne vedrete delle belle.

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