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di WALTER MAURO TUTTO è andato secondo quanto era stato previsto e anticipato qualche tempo ...

Vittoria legittima dunque, anche se annunciata da tempo, in virtù di una prosa esibita con grande finezza stilistica e una coinvolgente potenzialità intuitiva nell'accumulo, sempre ordinato e preciso, degli eventi raccontati. Questi ultimi si sviluppano tutti in funzione del ruolo fondamentale assegnato dalla scrittrice al modulo espressivo: «Le parole, Diamante le mette nella valigia - l'unico, bagaglio, l'unica ricchezza che si porta via dall'America. Forse non hanno nessun valore, ma non ha importanza. Lascia a Vita tutto quello che ha trovato, tutto quello che ha perso».
Realmente esistiti, i personaggi della Mazzucco si muovono in una New York primi anni del Novecento, terra d'approdo di tanti emigranti attratti da un benessere spesso soltanto apparente; vengono da Tufo, vicino Minturno, Diamante e Vita, vivono la loro avventura fra speranza e rimpianto, hanno fatto i più singolari lavori, e al ritorno in Italia lasciano negli States un figlio che nel 1944 viene a combattere sul Garigliano, cerca quello che fu suo padre. In bilico fra letteratura fantastica e picaresca, «Vita», fra i testi partecipanti al Premio, era sicuramente il più compiuto e il più realizzato, in virtù della capacità di questa romanziera di intrecciare con il lettore un dialogo di forte fascinazione: era accaduto con il precedente romanzo, all'esordio, «Il bacio della Medusa» del 1996, finalista dello Strega e al Campiello, ritorno questa forza descrittiva in questo nuovo testo. Fra i due «La camera di Baltus» del 1998, ancora finalista allo Strega: ora finalmente ce l'ha fatta.
Ha avuto un agguerrito avversario in Franco Matteucci, che con «Il visionario» edito da Baldini & Castoldi, si è ben difeso soprattutto in virtù dell'accattivante identikit del suo personaggio, Tullio, sempre in bilico fra fantasia e realtà, un referente quest'ultimo che di continuo gli sfugge di mano, come dire una spola fra il letargo e la tragedia: ma l'attrattiva del testo consiste proprio in questi rapidi scatti della visionarietà del reale, appunto, come unica arma di difesa contro il conformismo della vita. Comunque, se si osserva nella sua totalità la cinquina, si avvertono i segni di un'annata di ripresa dopo qualche tempo di crisi espressiva: «Cuore di madre» di Roberto Alajmo, (Mondadori), «La scrittrice abita qui» di Sandra Petrignani (Neri Pozza) e «Speravamo di più» di Pietro Spirito (Guanda), son tutti testi molto diversi fra loro dalla partecipe descrizione di un forte rapporto materno che si traduce in ossessività, così presente nel romanzo di Alajmo alla rivisitazione affascinante delle dimore di celebri autrici ne «La scrittrice abita qui» di Sandra Petrignani, al romanzo di Pietro Spirito «Speravamo di più», un ben difficile confronto fra l'altro e l'altrove.
Serata ricca di colori e di ansie, nei limiti del ragionevole, ma anche di soddisfazione perché il Premio Strega cresce e si fa strada nel mondo. È nato infatti lo Strega Europeo, in occasione del semestre di presidenza italiana dell'Unione Europea su iniziativa della Fondazione Bellonci, così ben guidata ora da Anna Maria Rimoaldi. Lo ha vinto Pedrag Matvejevic, scrittore quasi italiano per lunga frequenza, nato in Bosnia e vissuto tre anni in Francia prima di approdare da noi. È autore, fra l'altro, di un testo edito in Italia da Garzanti e intitolato «L'altra Venezia». Una curiosità: la giuria che lo ha premiato era composta dai vincitori dei precedenti Premi Strega, compreso il compianto Pontiggia, in nome del quale si è svolta la cerimonia di ieri sera e quella precedente: un doveroso omaggio pieno di rimpianto a uno dei nostri migliori scrittori.

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