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Nel nostro Paese gli edifici già sedi di fabbriche sono utilizzati come musei di un processo produttivo

Per tutta Italia capannoni di fabbriche, testimonianze di un mondo produttivo che fu, vengono trasformati in musei o biblioteche. Quasi non c'è città e paese dove non sia in corso o in progetto la trasformazione di un vecchio stabilimento da sottrarre all'oblio. Nelle università, molti giovani prendono una laurea in beni culturali e scelgono come tesi l'archeologia industriale. Altri approfondiscono gli studi con un master sulla stessa disciplina (ne hanno istituiti l'Università di Siena - sede di Arezzo - l'Istituto Luigi Sturzo e la Lumsa per due anni consecutivi).
La Electa di Milano ha pubblicato una guida regionale al turismo industriale, curata da Monica Amari. Il Touring Club lancia una sua guida nazionale fra vecchi, suggestivi opifici. Rai International e Stream hanno dedicato decine di ore a fornaci, cartiere, vetuste officine candidate a diventare simboli di una civiltà delle macchine ormai rimpiazzata dalla civiltà della comunicazione e dei servizi. Internet si popola di sempre nuovi progetti per salvare edifici che debbono conservare la memoria storica dell'era industriale.
Eppure la legge del 1999 (n. 490) sui Beni culturali ignora quasi del tutto i beni culturali industriali, e la commissione nazionale del ministero, che si occupa di questa materia, non si riunisce dal 1997 e non viene rifinanziata. È attiva quasi soltanto nelle persone del presidente, l'ingegner Elisio Di Stefano, del professor Vittorio Marchis (uno dei maggiori studiosi di storia delle macchine), ordinario di Storia al Politecnico di Torino, e del professor Valerio Castronovo, ordinario di Storia contemporanea all'Università di Torino, e di altri. «La Commissione è stata istituita nel 1994 con il decreto Ronchey, e ha il compito di fissare le linee guida per una seria e moderna politica dei beni culturali industriali. E poiché le iniziative in questo campo si stanno diffondendo in modo incontrollato, è necessario che la Commissione possa far sentire la sua voce di organo di coordinamento nazionale. Il bene culturale industriale ha un grande valore storico ed educativo ma occorre che le decisioni siano prese dopo un approccio rigoroso e asettico, non influenzato dai campanilismi» dice l'ingegner Di Stefano, intervistato da Il Tempo. Elisio Di Stefano è anche direttore del Coltello di Delfo, storica e prestigiosa rivista di archeologia industriale, fondata da Bruno Corti.
Lei teme che la formula possa finire snaturata?
«Finora ha prevalso l'attenzione per il "monumento" industriale. Gli architetti pensavano, in buona fede, che il bene da tutelare fosse soprattutto, se non esclusivamente, la bellezza dell'edificio di una vecchia fabbrica in disuso. Invece Castronovo, De Marchis e il professor Gino Papuli hanno - del bene da tutelare - un concetto molto più ampio (che comprende macchinari, archivi d'impresa ed edifici). Concordo pienamente con loro. L'archivio conta moltissimo, dal punto di vista storico, perchè il processo industriale possa essere studiato. Se proprio dovessi scegliere fra una vecchia e bella radio, di un modello introvabile, e il suo libretto di istruzioni (o schema elettrico, o fascicolo di fabbricazione), sceglierei il secondo».
Insomma, salvare il capannone e le ciminiere ma soprattutto il patrimonio, poco appariscente, che è a monte.
«La commissione dovrà essere messa in condizione di riaffermare i canoni fondamentali. Faccio qualche esempio. Come studioso, non posso avallare che un museo dell' olio o una tonnara passino per beni culturali industriali. È invece, sicuramente, un processo industriale la molitura del grano o l'inscatolamento del tonno. Un opificio va tutelato quando rappresenta un complesso organico che ci fa ricordare tutto il processo produttivo di un settore industriale, e non un semplice segmento, che storicamente disinforma».
Lei apre un dibattito al calor bianco.
«Ma è semplice: la commissione dovrà tutelare i beni culturali industriali che non sono stati protetti, e integrare quelli

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