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di CARLO DE RISIO ALLA scuola militare di Brienne, dal 1779 al 1784, il giovane Napoleone ...

In seguito, per pura convenienza e per fare carriera, francesizzò il cognome italiano, eliminando la «u».
L'«escamotage» del futuro imperatore di Francia (e della sua numerosa famiglia, sette fratelli, con la ferrea regia della madre, Maria Letizia Ramolino) è piuttosto noto. Meno noto è che il padre, Carlo Maria — avvocato, scomparso non ancora quarantenne — in tanto poté iscrivere Napoleone alla scuola militare, in quanto riuscì a dimostrare la nobiltà, di origine toscana, dei Buonaparte: si era in tempo di monarchia e il blasone aveva la sua importanza a Brienne.
Carlo Maria si rivolse all'ultimo discendente dei Buonaparte di San Miniato, in Toscana, perché lo aiutasse a procurare l'ambito riconoscimento per il secondogenito, avviato al mestiere delle armi. Fu il canonico Filippo Buonaparte ad attestare che il ramo della famiglia trasferitosi ad Ajaccio, in Corsica, nel XVI secolo, apparteneva allo stesso ceppo dei nobili di San Miniato. Né tutto si fermò qui.
Anche il fratello maggiore di Napoleone — Giuseppe, in seguito re di Spagna — in una supplica al Granduca di Toscana, per ottenere l'ammissione all'Ordine di Santo Stefano, vantò di discendere da «nobile famiglia toscana».
Ce n'è abbastanza per apprezzare la rassegna (28 giugno-30 Ottobre) che si apre a San Miniato, che ha per titolo: «Bonaparte e Buonaparte? Napoleone e gli antenati toscani di San Miniato». Lo stesso palazzo Formichini — vecchia dimora della famiglia patrizia, rappresenta una pietra miliare per ricostruire questo ignorato retroscena storico.
A riprova che il debito di gratitudine nei confronti del canonico Filippo — ormai molto avanti negli anni — non era stato dimenticato, durante la prima campagna d'Italia, nel 1796, il ventisettenne Napoleone — dopo aver sbaragliato austriaci, piemontesi, pontifici e quanti altri aveva trovato sulla sua strada — trovò tempo e modo di recarsi a San Miniato.
Non potendo il canonico, a causa dei suoi acciacchi, recarsi a un «rendez vous» col generale, fu questi a «scomodarsi» e lo fece di buon grado. Ne diede notizia la «Gazzetta Toscana», il 2 luglio 1796, in termini entusiastici. La notte sul 30 giugno, infatti, Napoleone aveva pernottato nella cittadina e l'incontro col canonico («zio») Filippo era stato molto caloroso.
«Si abbracciarono i due rispettabilissimi congiunti, si trattennero a parlare insieme, quindi passarono a cena e poscia al riposo: in varie abitazioni di Nobili e Cittadini alloggiarono diversi ufficiali. La mattina seguente Monsignore il Vicario vescovile, accompagnato da due canonici, rese omaggio al guerriero famoso e venne da lui ricevuto con somma amabilità».
L'Italia ebbe una parte importante, durante l'intera parabola napoleonica. L'imperatore si cinse della Corona di Ferro come re d'Italia e chiamò «Re di Roma» suo figlio.
A decine di migliaia, gli italiani morirono sui campi di battaglia di mezza Europa — durante la campagna di Russia soprattutto — servendo sotto le aquile di Napoleone, il quale accarezzò anche una certa idea di indipendenza italiana, subito sacrificata dal suo dispotismo.
Quanto ai «napoleonidi», dopo la sconfitta dell'imperatore, avvertirono il forte richiamo della terra di origine.
Maria Letizia Ramolino, «Madame-Mèrre», si spense a Roma; Giuseppe, Paolina e Carolina conclusero la loro esistenza a Firenze; Luigi a Livorno; Luciano a Viterbo; Elisa a Trieste: soltanto Girolamo morì nei pressi di Parigi. A Napoleone, esule a Sant'Elena, artefice delle fortune e anche causa delle disgrazie della famiglia, questo conforto venne negato, prima che i suoi resti fossero traslati a Parigi.

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