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di SANDRA CRISPI SONO PASSATI cinque secoli da quando nacque Giovanni Della Casa, autore del ...

A resistere è forse solo la caustica morale che Giuseppe Prezzolini, che del Galateo curò una storica edizione, ne trasse: «Il mondo è degli abili e non dei buoni; se volete vivere nella società preparatevi a esser grazioso e piacevole: è una virtù che basta a se stessa». Come dire: l'importante non è comportarsi bene per convinzione, bensì mostrarsi conformi a quel modello di buona educazione che in ciascuna epoca è considerato vincente.
Un'interpretazione che ha il merito di cogliere il carattere strumentale di un'opera destinata a offrire una guida utile per destreggiarsi nella società del Cinquecento, molto attenta allo stile. A differenza del Cortegiano di Baldassarre Castiglione, altro specchio del mondo cinquecentesco, il Galateo di Della Casa non era tanto un trattato sulle buone maniere ispirato ai principi estetici della nobiltà d'animo, della signorile elevatezza, quanto un vademecum del perfetto «animale politico», un pratico strumento ad uso di un pubblico più popolare che borghese, desideroso di elevare la propria condizione a cominciare dai modi.
Giovanni Della Casa, infatti, era un uomo di mondo e non un letterato avulso dalla vita del suo tempo. Nato il 28 giugno 1503 in Toscana, esordì come scrittore con opere che difficilmente l'autore del Galateo avrebbe potuto considerare «costumate e piacevoli e di bella maniera»: date alla luce a Roma, dove si era trasferito dal 1534, le sue prime fatiche letterarie - «Del bacio», «Della stizza» - sono opere licenziose e sboccate. Ma dopo qualche decennio compose una delle raccolte poetiche più importanti del Cinquecento, le raffinate Rime ispirate allo stile di Petrarca.
Ma come tanti protagonisti dell'eclettico Rinascimento, Della Casa era un uomo dalle molteplici anime. Fra un sonetto e un'orazione, intraprese dunque la carriera ecclesiastica sotto l'ala protettiva del cardinale Alessandro Farnese. Ma quando questi cadde in disgrazia presso papa Giulio III, fu mandato in Veneto. Fu riabilitato nel 1555 e nominato Segretario di Stato di Paolo IV; un anno più tardi morì, senza essere riuscito a ottenere quella porpora cardinalizia che a lungo aveva inseguito.
Scritto durante l'esilio in Veneto, tra il 1551 e il 1555, e pubblicato postumo nel 1558, il Galateo ovvero «De' costumi» è dedicato a Galeazzo Florimonte, vescovo di Sessa - di qui il nome «Galateo», - e raccoglie i consigli dispensati da un anziano illetterato ma dotato di grande esperienza del mondo a un giovane dalle alte aspirazioni. Della Casa ammonisce il suo allievo sui «modi che si debbono o tenere o schifare nella comune conversazione».
«È vero - ammette l'immaginario maestro di buone maniere - La buona educazione e un comportamento elegante in società sono virtù trascurabili se paragonate all'onestà e al coraggio. Tuttavia è vero che, mentre difficilmente avremo modo di dimostrare al mondo il nostro cuore di leone, la nostra educazione sarà invece costantemente sotto gli occhi degli altri uomini, perché in ogni momento della vita dovremo interagire con essi. Così è inutile essere generosi e sensibili all'altrui bisogno, se poi si tralascia di curare il proprio aspetto e il proprio abbigliamento, perché così facendo si dimostra di non tenere in alcun conto l'opinione del prossimo. Ed è inutile essere istruiti e animati da sentimenti elevati, se poi s'indulge nella vanità di intraprendere, in un salotto, una conversazione troppo forbita e "isquisita", perché in questo modo si finisce per mettere in evidenza l'ignoranza di chi ci circonda».
I precetti di monsignor Della Casa - sia che inviti a non sbadigliare quando si è in compagnia, sia che detti al suo pupillo il decalogo del perfetto commensale, che si soffermi a tessere l'elogio del conformismo o che si scagli contro i convenevoli ipocriti - rispondono a un unico principio: «Le azioni si devono fare non a proprio arbitrio, ma per il piacere di coloro coi quali

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