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di CARLO DE RISIO UNA storia della moneta è, fatalmente, anche la storia del potere ...

A questo piano di lavoro si è attenuta Myrta Merlino, giornalista economica, e bisogna dire che il suo libro si legge tutto d'un fiato («La Moneta», Sperling & Kupfer Rai-Eri, pagg. 271, 16 euro). «Io stessa — avverte l'autrice — scrivendo questo libro mi sono spesso sentita travolta in una avventura che si dipaneva attraverso i secoli, fra amori, battaglie, ideali e interessi».
Quei dischetti di metallo, che da millenni sono in circolazione, hanno avuto per l'economia dei popoli la stessa importanza che ha avuto la scoperta della ruota. D'altro canto, il primo impulso della Merlino ad affrontare un tema così vasto, è da ricercare proprio nella volontà di illustrare l'importanza dell'euro («Moneta non imposta con la spada») con una indagine scritta, oltre che con una serie di riuscite trasmissioni sul piccolo schermo, qual è stata «Italia-Maastricht». Insomma, dal terzo millennio risalendo a ritroso nel tempo, fino a Filippo II e a suo figlio Alessandro il Grande.
La moneta, dunque, croce e delizia di re, imperatori, dittatori, capi di stato della più diversa estrazione, e dei loro sudditi e connazionali, naturalmente. La cronaca storica si confonde con la leggenda e sovente con l'aneddotica. Alessandro il Grande fece delle sue belle monete d'oro la prima valuta sovranazionale, in circolazione dall'Egitto all'India alla Bactriana (l'Afghanistan dell'antichità). Giulio Cesare commise il peccato di vanità di farsi ringiovanire sulle monete di Roma e pretese tra coni successivi, per far scomparire le rughe sulla sua effigie. Carlo V, pur molto giovane, fece del banchiere Jakob Fugger il vero arbitro della sua elezione a imperatore e delle sue finanze, per controllare domini sui quali «non tramontava mai il sole».
E poi? E poi la galleria dei personaggi si allunga a dismisura, come quella delle situazioni le più diverse. Fecero un uso disinvolto della moneta, per finanziare le rispettive rivoluzioni, George Washington, Massimiliano Robespierre, Lenin. Spregiudicata e cinica la politica monetaria di Hitler, Stalin, Mussolini. Il Duce con la sua «quota 90» (novanta lire al cambio con la sterlina) costrinse il paese a una stretta durissima, dimentico del monito che gli aveva rivolto Giolitti: «Si ricordi che la politica estera e la politica finanziaria non si improvvisano».
Storia di ieri e di oggi. Chi poteva immaginare che il crack argentino riproducesse le stesse angosce del crack del 1929 e quelle dei tedeschi, travolti dalla svalutazione dei primi anni Venti? Col che si torna all'euro e ai rischi di una moneta di un superstato virtuale, perché gli Stati Uniti d'Europa sono ancora un obiettivo lontano.

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