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di GIAN LUIGI RONDI LETTERE AL VENTO, di e con Edmond Budina, e con Yllka Mujio e Bujar ...

Venuto in Italia in seguito a un accordo politico, essendo imparentato con una famiglia italiana, non vi ebbe alcun sostegno tanto che, anche adesso, fa l'operaio in una fabbrica di Bassano del Grappa. Senza però dimenticare il cinema, così, di recente, trovati i mezzi necessari, ha potuto realizzare il film di oggi, ambientato metà a Tirana e metà a Torino. La storia se l'è scritta da solo e pur con qualche svolazzo sentimentale di troppo, ha pregi psicologici (e umani) non indifferenti.
Si comincia con un padre, Niko, che, caduta la dittatura, tira avanti a fatica con una moglie e una figlia, solo sostenuto dal denaro che, dall'Italia dov'era fuggito, gli manda il figlio Mikel, da cui, però, non ha più avuto neanche una lettera. Un giorno comincia ad avere dei sospetti perché la figlia, sequestrata a scuola per essere avviata alla prostituzione in Italia, è subito rilasciata dai suoi sequestratori non appena apprendono che è sorella di Mikel, un nome che incute loro paura. Che il figlio sia diventato un capobanda? L'onesto Niko vuol vederci chiaro e intraprende un difficile viaggio fino a Torino. Dove, però, scoprirà una verità ben diversa, anche nei confronti di un suo amico di gioventù diventato adesso un esponente autorevole della nuova democrazia...
La sospensione sulla figura del figlio, sempre narrativamente ben organizzata, suscita le dovute tensioni e le immagini, pur concedendosi qua e là degli accenti lirici troppo voluti e scoperti, hanno spesso una loro suggestione. Si poteva essere più ordinati nella esposizione dei fatti, e forse anche più concisi, ma il film merita egualmente simpatia. Lo domina al centro, nella parte del padre, lo stesso Budina.

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