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di WALTER MAURO SI FA SALOTTO nella storica casa romana di Maria Bellonci, in attesa che si ...

A tanti anni di distanza, nulla è cambiato in queste stanze dove son passati tutti, italiani e stranieri: qualcuno ricorda la curiosità di Saul Bellow per qualcosa che nella «sua» America sapeva di sconosciuto, forse di impossibile. Sulla terrazza di quell'ultimo piano a specchio della parte «nobile» di Roma si fanno pettegolezzi, si rievocano scaramucce del passato, poiché il presente, l'edizione 2003, non sembra presentare grosse novità. Come al solito, tutti i giochi paiono già fatti, eppure non sempre è stato così, e perciò non si sa mai: chi avrebbe potuto immaginare la rivolta di Pier Paolo Pasolini che partecipava con Teorema, nel 1968, di fronte alla voci che volevano Bevilacqua già vincente con L'occhio del gatto? Michele Prisco, da buon napoletano, era stato molto più prudente, nel 1966, quando vinse con Una spirale di nebbia, e in una nota trattoria romana dove già festeggiava un trionfo di là da venire, se ne uscì con un vecchio detto napoletano: «Trica e vene pesante», una sorta di esorcismo linguistico da non tradurre in lingua, per carità.
Via via che passano i minuti, le ore di attesa che lo spoglio (parola orrenda, sussurra un celebre linguista...) richiede, gli episodi più strani vengono alla luce. Tutti d'accordo sul divertimento provocato dalla presenza di Giorgio Bassani, presidente di seggio, con tutto il rispetto per chi ne ha poi ereditato la funzione, a cominciare da Maria Luisa Spaziani. Una volta - mi si perdoni l'autocitazione - Bassani afferra il microfono e con voce molto solenne arringa la folla: «Walter Mauro alla presidenza». Fui preso dal panico, dalla sindrome del successo vincente, arrivai un po' paralizzato a quel tavolo e Giorgio mi sussurrò, senza perfidia: «Walter, per favore, mi vai a prendere un'aranciata». Ce n'era a sufficienza per abbandonare la letteratura, ma non ebbi il coraggio.
L'anglista menagramo si divertiva a combinarne di ogni colore, Maria Luisa Astaldi, con quella sua voce fra il divertito e il rauco/solenne, lo chiamava il Maligno. Il grande critico saluta, esce dalla porta di quell'ultimo piano di via Fratelli Ruspoli, chiama l'ascensore, e un'intera parete della libreria crolla sulle spalle inadeguate di Pasquale Festa Campanile fra l'ilarità generale. Ma in questa casa, in queste occasioni, sono nate anche storie molto belle che durano ancora: come l'incontro fra Raffaele La Capria e Ilaria Occhini. E duetti memorabili: esempio, le tenzoni fra Eduardo e Paolo Stoppa. Stoppa, si sa, era un lettore appassionato di Pavese, mentre Eduardo prediligeva Cassola, e ne spiegava le ragioni: la semplicità del raccontare.
Angelo Maria Ripellino, grande slavista e paziente costruttore di motti di spirito, era un fuoco di fila: «Al concorso bimbi belli han premiato il Vigorelli» e a proposito di certe sorde e segrete (ma non troppo) battaglie a colpi di tradimenti e di promesse mancate: «Chi non la fa, l'aspetti...» Colori che paiono oggi un po' sbiaditi per via degli anni e di un'assenza, molto sofferta da tutti, di un po' di «ammuina», direbbero a Napoli. Per fortuna, c'è il gruppo dei giovani votanti che accende qualche miccia e si preoccupa di farla ardere per tutta la serata e oltre: diciamo che è la grande novità di questi ultimi anni, ce ne sono tanti, tutti molto attivi, mentre Benedetto Mazzullo, grecista eccelso, racconta della sua nuova avventura con Aristofane. Gli autori che stanno per avere la prima sentenza, senza ricorso in appello, fanno finta di niente: Agosti, Alajmo, Matteucci, Patrignani, Mazzucco... Tutto sembra come al tempo lontano, eppure l'aria è cambiata, aveva ragione Maria Bellonci, quando raccontava: «Cominciammo nell'inverno e nella primavera 1944 a radunarci amici, giornalisti, scrittori, artisti, letterati, gente di ogni partito unita nella partecipazione di un tempo d

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