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di ENZO GRAVANTE SETTANTACINQUE anni portati magnificamente, un'allegria contagiosa, qualche ...

Sono questi i "numeri" di Luciano De Crescenzo, scrittore, sceneggiatore e regista napoletano trapiantato a Roma. Proprio qui, nel suo studio a due passi dal Colosseo, incontro l'eclettico intellettuale, che ha appena mandato in libreria la sua ultima fatica, «Storia della filosofia moderna» (Mondadori, 163 pagine, 14 euro), agile galleria di ritratti di alcuni dei maggiori geni della scienza universale - da Niccolò Cusano a Galileo Galilei, da Leonardo da Vinci a Giordano Bruno, da Erasmo da Rotterdam a Francesco Bacone - condita con un pizzico di ironia e una buona dose di umorismo napoletano. Un libro che è al primo posto nella classifica dei più venduti.
Va bene se la chiamo professore?
«Faccia lei. C'è chi mi chiama professore, chi ingegnere. A Cinecittà divento addirittura maestro, ma credo che sia troppo».
Dunque professore, nel suo libro parla anche di Galileo Galilei: a suo parere, l'autore del «Dialogo sopra i due massimi sistemi» ha rivoluzionato il mondo?
«A dire il vero, se dovessi stabilire una data davvero rivoluzionaria, non partirei dall'astronomo pisano. A mio avviso, infatti, la visione dell'universo è cambiata con Copernico, quella della politica con Machiavelli, quella della geografia con Colombo. Piuttosto direi che con l'Umanesimo e il Rinascimento c'è stata la svolta decisiva».
Quale parte ha svolto la religione nel progresso della conoscenza?
«È stata un po' di ostacolo. Prima delle grandi conquiste del pensiero moderno, Dio era al centro di ogni cosa, poi si è fatto un po' da parte».
In quale periodo dell'umanità le sarebbe piaciuto vivere?
«Nel Quindicesimo secolo, nei panni di Lorenzo il Magnifico. Il signore di Firenze, infatti, fu un grande catalizzatore di cultura e di storia».
Professore, nel suo libro lei scrive che Erasmo da Rotterdam credeva nella responsabilità dell'uomo. Anche lei la pensa così?
«Certamente. Siamo noi che, attimo dopo attimo, decidiamo della nostra vita. Nonostante questo, però, tutti noi, consapevolmente o inconsapevolmente, crediamo nel caso o nel destino, che sembrano la stessa cosa, ma non lo sono».
Qual è la differenza?
«C'è una differenza fondamentale: quasi tutti gli emotivi credono nel destino, i razionali credono nel caso».
Restiamo ad Erasmo: è d'accordo col pensatore olandese anche quando sostiene che l'amore è una forma di follia?
«Certo. L'amore è spesso accompagnato da un temporaneo indebolimento della lucidità mentale che può far commettere stranezze all'innamorato. E allora può succedere di tutto. Non a caso a Napoli, per dire che qualcuno si è innamorato, si dice che ha perso 'a capa, cioè la testa, è impazzito. Un detto che testimonia del potenziale pericolo nascosto nell'amore».
Un concetto ricorrente nella sua «Storia della filosofia moderna» è quello di libero arbitrio: cosa intende con quest'espressione?
«Che sono io il giudice di me stesso».
Cambierebbe la società attuale con Utopia, la città ideale di Tommaso Moro di cui parla nel suo libro?
«Mai e poi mai, perché il bello della vita consiste nella diversità, non nell'uguaglianza prospettata da Moro per gli abitanti del suo mondo perfetto».
Le utopie devono proprio esserle antipatiche, dal momento che persino la Repubblica di Platone appare ai suoi occhi come un'anticipazione del nazismo...
«Tutto sommato, Platone immaginava un mondo alla maniera di Marx, fondato sull'uguaglianza e sull'abolizione della proprietà privata. Quando però, a Siracusa, riuscì a mettere in pratica alcune delle sue teorie, molte fonti dicono che ci restò male».
Esiste qualcosa che ci rende tutti uguali?
«Poche cose. L'amore per i figli potrebbe essere una di queste ma certamente anche il desiderio di potere. Personalmente, se mi conferissero un grande potere, se ad esempio domani fossi eletto presidente della Repubblica o nominato primo

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