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di MARIA MATALUNO LO STUDIO di Edoardo Vesentini, presidente dell'Accademia Nazionale dei ...


Era il 17 agosto 1603 quando quattro giovani studiosi, Federico Cesi, Giovanni Heckius, Francesco Stelluti e Anastasio de Filiis, si impegnarono a promuovere gli studi naturalistici con libertà di giudizio e profondità di pensiero - di qui il simbolo della Lince, scelto per via dell'eccezionale acutezza di sguardo di questo felino, - oltre ogni vincolo imposto da tradizione e autorità. Da allora l'Accademia dei Lincei non ha smesso di perpetuare il loro sogno di conoscenza. Il calendario delle celebrazioni per il quadricentenario è molto fitto: apertosi il 27 novembre scorso con la mostra Il trionfo sul tempo, nella quale sono esposti i manoscritti illustrati della Biblioteca dei Lincei, prevede una serie di esposizioni e convegni che toccheranno i diversi ambiti di cui si occupa l'Accademia: dalla matematica alla biologia, dall'archeologia alla filologia, dalla storia alla medicina.
«Queste celebrazioni - dice Vesentini - saranno un'occasione per ripercorrere il lungo cammino dell'Accademia dei Lincei. Un cammino segnato da grandi successi, ma anche da aspri contrasti e da lunghi silenzi, seguito a quell'esplosione di luce che fu la scienza galileiana. Il contributo che i Lincei hanno dato alla cultura italiana ed europea è riconosciuto da tutti. Meno scontata è l'importanza che istituzioni come questa, o come la Royal Society inglese, l'Académie Française, la National Accademy of Science americana, - possono rivestire nel mondo odierno. La ricerca scientifica, infatti, diventa ogni giorno più costosa, e perciò ogni giorno più legata ai finanziamenti erogati dallo Stato o da istituzioni private. Questo fa sì che la scienza perda un po' di quell'imparzialità e indipendenza di metodi e di fini che poteva mantenere più facilmente nei secoli scorsi, quando la ricerca avveniva in laboratori rudimentali, con strumenti semplici e poche materie prime. Le Accademie hanno un privilegio fondamentale rispetto agli istituti di ricerca: rappresentano la scienza, ma non la fanno in prima persona. Ogni disciplina scientifica ha sedi e istituzioni proprie; l'Accademia è solo un organo che le rappresenta tutte, mettendole in comunicazione fra loro e contribuendo alla divulgazione dei loro risultati».
L'Accademia nacque con una vocazione europeista, visto che tra i suoi fondatori c'era anche un olandese. Che rapporti ha con altre istituzioni culturali europee?
«La globalizzazione ha effetti benefici sulla cultura. Tutti i Paesi, europei ed extraeuropei, sentono la necessità di istituzioni culturali che superino i confini nazionali e offrano la possibilità di dialogo tra gli studiosi. Come nei secoli scorsi si passò dalle Accademie cittadine - ogni città rinascimentale aveva la sua - a quelle nazionali, così oggi si passa dalle accademie nazionali a istituzioni transnazionali che riuniscono le più autorevoli accademie di ogni Paese. In Europa ne abbiamo due: la ALLEA (All European Academies), che raccoglie gran parte delle Accademie dell'intero Vecchio Continente, e l'EASAC (European Academie Science Advisory Council), che raccoglie le Accademie di scienza degli Stati membri dell'UE. Tutto questo dimostra come un'Accademia non sia un polveroso monumento alla conservazione di un sapere statico, ma anzi tragga dallo scambio e dal confronto con l'esterno la sua linfa vitale».
Come si concilia il peso schiacciante di una tradizione che ha le sue radici nella scienza rinascimentale e nello sperimentalismo galileiano con la necessità di seguire i ritmi vertiginosi di evoluzione della scienza contemporanea?
«Questo costituisce un arduo problema, perché la prima preoccupazione dell'Accademia è stata sempre la strenua difesa della propria indipendenza. Una battaglia che più volte ha avuto gravi conseguenze: al tempo di Galileo, quando fu perseguitata dal potere politico insiem

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