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di TIBERIA DE MATTEIS SECONDO autore italiano dopo Camilleri e unica donna a rappresentare ...

Presenterà al pubblico romano un testo inedito dal titolo «Passato e futuro», composto appositamente in relazione all'omonimo tema della manifestazione, e leggerà alcune sue poesie, affidando poi all'attore Ascanio Celestini l'interpretazione del racconto «Un numero sul braccio», dedicato all'olocausto e tratto dal volume «Buio». L'occasione permette a Dacia Maraini di parlare anche del suo ultimo libro «Piera e gli assassini», nuovo racconto dialogato con Piera Degli Esposti dopo il successo avuto più di vent'anni fa dalla famosa biografia dell'attrice «Storia di Piera».
Come ha selezionato i testi da proporre agli spettatori?
«Ho pensato di elaborare una mia riflessione sul rapporto fra passato e futuro. Leggerò inoltre alcune mie poesie perché la gente mi conosce soprattutto come narratrice. Inoltre credo la lirica sia la forma più adatta all'esposizione pubblica».
Perché si è rivolta all'autore-attore Celestini per il brano narrativo «Un numero sul braccio»?
«Ammiro il suo modo di fare teatro prossimo alla letteratura: i suoi racconti orali diventano testi scritti soltanto dopo essere stati recitati e messi in scena. La gente di oggi preferisce ascoltare che confrontarsi con la lettura solitaria e quindi i legami fra parola scritta e parlata, fra voce e corpo, si stanno modificando. Mi piaceva che Celestini rendesse sua la storia della mia protagonista: una vittima del campo di concentramento che riconosce dalla voce il suo carnefice e vorrebbe denunciarlo, ma poi apprende l'esistenza di una città popolata dai profughi nazisti considerati ormai intoccabili».
Come spiega l'adesione massiccia del pubblico al Festival delle Letterature?
«La tecnica del reading, che consiste nell'ascoltare i libri letti dall'autore, è molto diffusa nei paesi anglosassoni e meno frequentata da noi. Gli avvenimenti di lettura collettiva hanno notevole risposta. Soprattutto i giovani amano questo modo di mettersi in contatto con la scrittura che prevede la voce dell'autore e dell'attore, gli strumenti mediatici e la presenza di altre persone».
La bellezza dello stile letterario italiano si va disperdendo?
«Nel nostro paese la lingua parlata è diversa da quella scritta. C'è un sentimento di inadeguatezza linguistica molto diffuso. Utilizziamo una lingua amorfa con un lessico fitto di vocaboli di altre nazioni. I ragazzi però imparano a memoria le canzoni, rivelando un bisogno di avvicinare il linguaggio alle verità che esprime. Leggendo i libri alla gente si dimostra che esiste una lingua letteraria, non accademica, ma vissuta e viva che possiede le parole giuste per dire le cose».
Perché ha deciso di ripetere l'avventura creativa con Piera Degli Esposti?
«Me l'ha chiesto lei in quanto l'esperienza vissuta insieme la volta scorsa le aveva permesso di sentirsi meglio e più in pace con se stessa. I personaggi si recano spesso dagli autori e sono anche molto insistenti! In questo nuovo libro si parla della passione di Piera per i gialli e del suo desiderio di fare l'investigatrice: gli assassini colpiscono il suo immaginario perché provano l'onnipotenza di Dio attraverso un'azione diabolica. Abbiamo voluto quindi meditare sulla morte sia come effetto della violenza di altri sia come esito di una malattia per esorcizzare l'esistenza devastata di Piera che ha subito la perdita della madre, del fratello, della sorella, della psicoanalista e del suo medico. Il dialogo che ne scaturisce non è strettamente lugubre, ma direi pervaso da un umorismo nero espresso con inventiva».

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