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Bruce, l'ex ragazzo della working class è il profeta del rock

In 40 mila a Firenze in delirio per la prima data italiana di Springsteen


La differenza non l'ha fatta il Boss, che di suo ci mette sempre il massimo, quanto il pubblico, di sicuro il più caldo e travolgente del Vecchio Continente. Tornato in versione da stadio dopo il mini-tour europeo nei palasport dello scorso ottobre, a Firenze il Boss ha provocato un terremoto acustico-fisico che forse si potrà verificare di nuovo solo quando la Florentia tornerà in serie A.
Avvolte da un implacabile caldo umido migliaia di persone hanno aspettato per ore il calar del sole, che ha coinciso con le note di «Born In The Usa», versione acustica, la canzone che Ronald Reagan autonomamente adottò come nuovo inno americano. Non è un inizio col botto, ma piuttosto una introduzione propedeutica alle parole di «The Rising», la title-track dell'ultimo album, dall'orgoglio patrio alla voglia di risollevarsi, di ritrovare quella linfa vitale che ha sempre consentito all'America di superare le tante crisi della sua storia. È da un po' che il Boss ha assunto il ruolo del predicatore disilluso ma conscio della responsabilità di dover guidare il suo popolo verso un'illusoria Terra Promessa, tema spesso ricorrente nelle sue canzoni. E se la Terra Promessa non esiste - questa la conclusione - non è detto che non si possa vivere meglio in quella che ci è toccata in sorte. Suonano così quasi profetiche le parole di «The Promised Land» (Signore, non sono un ragazzino/ sono un uomo/ e credo in una Terra Promessa), venticinque anni sulle spalle, e quando le sue note risuonano nel catino del Franchi, quel signore di 54 anni che corre a perdifiato sul palco sembra reincarnare il ragazzo che negli anni '70 poteva offrire alla sua bella solamente una notte di follie sulla sua Chevy tirata a lucido. Era quella l'unica redenzione possibile per uno dei tanti figli della classe operaia americana, quella working class di cui Springsteen è diventato il cantore. Adesso la redenzione passa anche per il 14mo anniversario del suo matrimonio con Patti Scialfa, che il Boss ha celebrato con una toccante versione di «Thoughter than the rest». Rock e famiglia, un connubio improbabile ma saldissimo. Il Boss si commuove e si meraviglia ancora quando vede ai suoi piedi un pubblico partecipe e devoto, desideroso di condividere fino in fondo i valori sani del rock, l'innocenza e la capacità di far sognare. Forse lui, americano fino al midollo, dimentica a volte che il quel pubblico ci sono tracce del suo Dna: sua madre, Adele Zerilli, è di origine calabrese. «I concerti italiani sono i migliori perché il pubblico italiano è straordinario», ha detto il chitarrista Steve Van Zandt nella conferenza stampa pre-show.
La cerimonia che ieri sera si è consumata a Firenze va catalogata fra le migliori degli ultimi anni. In tre ore abbondanti, supportato da una macchina da guerra come l'E Street Band, alla quale si è aggiunta la violinista Soozie Tyrell, su un palco privo di qualsiasi orpello, il Boss ha sciorinato un repertorio da infarto, un autentico condensato di storia del rock. Da «Jungleland» a «Thunder Road», da «Badlands» a «Glory Days», da «Atlantic City» a «Born To Run», passando per recuperi di vecchi gioielli come «Candy's Room» e «Bobby Jean», ma con tante dolorose esclusioni (come tutte le canzoni di «Tom Joad»), il Boss ha messo in piedi una scaletta da crescendo rossiniano.
Il finale, nel cosciente delirio dei 40.000 arrivati da tutta Italia, suona come in tutte le date del suo tour, «Dancing In The Dark». Perché a mezzanotte tutti, anche i muri, ballavano felici per la realizzazione di un sogno, l'aver assistito al miglior spettacolo che il rock sia riuscito ad inventarsi per rappresentare se stesso. Si replica a Milano, Stadio Meazza, il 28 giugno.

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