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di RAFFAELLO UBOLDI DIMENTICATI? È possibile, comunque è certo che una cortina di silenzio, ...

Rammento per esempio Moravia intervistato nella sua casa di Roma, che mi parlava di quel suo libro-rivelazione «Gli indifferenti», quello che per primo lo impose all'attenzione del pubblico e della critica: «Fu un best-seller, di cinquemila copie» (e cinquemila copie di vendita nel 1929 erano un bel successo). Tutto il resto è venuto dopo, i libri nei quali il cinema ha abbondantemente pescato trame e idee («La ciociara», fra questi), gli articoli (esemplari quelli dei viaggi in Africa), e via via. Ma chi ricorda oggigiorno, se non «Gli indifferenti», gli altri titoli, e sono tanti, di Moravia? L'impressione è di trovarsi di fronte non diciamo a una condanna post-mortem, ma come dire? a una sorta di rimozione nei confronti di un autore che di pagine belle ne ha scritte parecchie, pur rivelandosi qua e là sovrabbondante in rapporto a quanto i lettori si aspettavano da lui.
Non è il solo del resto. Il Pavese de «La luna e i falò», come di quelle liriche che lasciò dietro di sè («Verrà la morte e avrà i tuoi occhi») prima di togliersi la vita per un amore andato a male sconta, a livello di convegni, dibattiti, riletture, un calo d'interesse. E Pratolini, quello di «Cronache di poveri amanti» o de «Le ragazze di San Frediano», dov'è finita l'attenzione su di lui? Quell'attenzione di cui pure nel caso di Pratolini anche il cinema si fece portavoce? Più eclatante ancora è forse il caso di Pasolini, il poeta assassinato come si disse dopo la sua morte; e che oggi certamente è ricordato per almeno un film, «Uccellacci e uccellini», grazie alla splendida interpretazione di Totò, ma più difficilmente per i romanzi dove gli eroi erano quei ragazzi di borgata che nel presente non ci sono più. E che dire di Vittorini, che non c'è dubbio vada rammentato per quella rivista-fondamentale che fu «Il Politecnico», prima dell'impietosa condanna che gli comminò Togliatti? Ma non diremmo per il romanzo «Uomini e no», pur scritto con uno spirito di commossa partecipazione verso coloro che una occupazione straniera la soffrirono sulla propria pelle e ribellandosi ad essa.
Per converso ci sono autori che tengono. Calvino è diventato oramai un classico, e non solamente da noi, ma anche fuori, in Francia, dove in più di una occasione la critica per parlare di lui ha fatto riferimento all'Ariosto (che sia detto per inciso con «L'Orlando furioso» appena tradotto, e occorre aggiungere mirabilmente, ha segnato, sempre in Francia, vendite da best-sellers). Citato Calvino (ma potremmo parlare di Buzzati) dobbiamo concludere che il silenzio (o il disinteresse?) verso gli altri di cui si è parlato si riferisce ad una loro minore modernità di fronte all'irrompere, per dirne solamente alcuni, di autori quali Baricco o Eco? Difficile rispondere; ma di sicuro mette conto di segnalare il fenomeno, e di discuterne, non con animo da iconoclasti, ma nel tentativo di vedere quanto rimane vivo e attuale di tutta una nostra cultura, quella che ci ha appassionato ieri, e nel presente quasi non ci interessa più.
È un fenomeno che concerne anche altri settori dell'arte; fra questi la pittura e basterà citare il nome di Guttuso. Ci sono quadri come «La vucciria» che non si possono cancellare dalla memoria, o talune rappresentazioni di forme e bellezza femminile che sempre affascinano nel ricordo. Ma che dire del Guttuso esegeta di una certa sponda politica? In che misura l'arte è stata superiore all'ideologia? Sironi questa barriera riuscì sempre a superarla. Guttuso probabilmente no.

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