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di CARLO SGORLON NON AVREI mai supposto, fino alla caduta dell'impero russo e del muro di ...

Qualcuno dice addirittura San Pietroburgo, anche nella letteratura russa prerivoluzionaria. Ciò vuol dire che la grande città ha nello sfondo qualcosa di sacrale. Prese il nome, sì, dallo zar Pietro Il Grande Romanov, ma nel fondo del pensiero di molti anche da San Pietro. V'è in essa una celeberrima cattedrale dei Santi Pietro e Paolo, ed anche una fortezza con lo stesso nome. È una città affascinante. È la Venezia del Nord, perché costruita su un gran numero di isole formate dalla foce della Neva. Ben seicento ponti collegano le varie isole. Io l'ho sempre molto amata, anche se non ci sono mai stato, e la conosco solo attraverso le immagini di molti documentari e films, e la grande letteratura russa, dal Gogol dei «Racconti» alle «Notti bianche» di Dostoevskij.
L'architettura dominante è stata disegnata e realizzata da grandi architetti italiani, come Giacomo Quarenghi, Domenico Trezzini, Antonio Rinaldi e Carlo Rossi. Alcune sue costruzioni sono celebri nel mondo non solo per le suggestioni che suscitano, ma anche per i tesori d'arte che contengono o i fatti storici che li videro protagonisti: il Palazzo d'inverno, il Palazzo d'estate, quello del granduca Michele, il teatro Puskin, l'Ermitage, il palazzo Mensikof, l'Accademia delle scienze, e così via. Come tutti sanno, la città fu voluta dallo zar Pietro, deciso come tanti autocrati del passato, ma anche della storia recente, a dare il suo nome a una costruzione grandiosa. Pietro era un sovrano spietato; eliminava i nemici e tra questi anche il figlio Alessio, ma per certi lati aveva una mentalità europea e illuministica. Non credeva nell'idea più grande dell'enciclopedisti, la tolleranza, ma delle scienze e del progresso era addirittura appassionato.
Pietroburgo, che lo Zar non riuscì a vedere finita, deve qualcosa anche a sua figlia Elisabetta II (che era attirata dall'architettura bizzarra, fantastica e decoratissima di Rastrelli) e moltissimo a Caterina II, che amava straordinariamente il bello. Ma parlando di Pietroburgo non si può non accennare alla sua preistoria. Pietro obbligò centomila operai e contadini a lavorarvi, in una condizione di schiavitù. A lui dei costi umani della enorme costruzione non importava nulla. Solo il risultato del loro lavoro gli stava a cuore. Ci furono migliaia e migliaia di vittime. La zona era paludosa e malsana, le condizioni di vita proibitive. Si moriva di stenti, di fatiche, di fame, di febbri.
Uno degli assistenti di quegli infelici fu il celebre monaco Basilio, secondo me il più formidabile profeta mai esistito. Egli fa impallidire l'irlandese Malachia, il Ragno Nero di Magonza, il francese Nostradamus, lo svedese Svedenborg. Non parliamo poi di Cagliostro. Ho letto le sue profezie e ne sono rimasto turbato. Basilio previde, due secoli prima, la rivoluzione russa e anche il suo crollo, la bomba atomica, le comunicazioni a distanza, la televisione, gli aerei e moltissime altre cose. Fu l'angelo dei poveri dannati che cominciarono a costruire la città. Pietro Il Grande rideva di lui, bevendo bottiglie di spumante e di vodka per le vie di Mosca, assieme ai suoi compagnoni miscredenti. Ora, leggendo le profezie di Basilio, siamo noi a ridere di lui.

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