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Domande e nessuna risposta

Al centro c'è la solitudine che si sconfigge solo con l'incontro con se stessiNel volume anche un poemetto in versi La metafora della vita trova svolgimento senza offrire soluzioni. Piuttosto insegue sentimenti

Cinque di essi apparvero in una piccola silloge, I colpi dei sensi, nel 1993 per i tipi di Farenheit 451, gli altri appartengono ad una partitura rapsodica che Erri De Luca ha pazientemente costruito fino a farne un mosaico di forte suggestione, una sorta di delta a più ruscelli in cui il lettore si immerge, sorretto dal supporto di una rilevante potenzialità espressiva. L'assunto da dimostrare, del resto suggerito dal titolo, è che «il due è il contrario di uno», e per dimostrare questa regola singolare e arduamente verificabile, ecco lo scrittore dichiarare che pur contrastando questa notizia con l'aritmetica corrente, pure possiede un fondo di verità e finisce per mostrarsi come una rivelazione non sacra, ma neppure profana.
Emergenze, allora, che contraddicono la solitudine, la combattono con l'arma vincente, non tanto del doppio da noi, come i rudimenti della psiche che paiono insegnare, ma di un incontro/confronto fra l'io e l'altro, che da unità si traduce in fascinosa dualità, fino a determinare l'unione, l'incontro, l'amicizia, la solidarietà. Attenti a non cadere nella facile retorica del sentimentalismo, poiché De Luca vuol dire proprio l'opposto. Imbrogliare la morte non vuol dire evitarla, vuol dire accettarla come conclusione di un ciclo cui non ci si può né ci si deve sottrarre, pena vivere nell'«anomalia della vita».
«Le prime volte sperimenti il vento che fanno i corpi in corsa. Vedi la fuga che ti arriva contro, i tuoi scappano, tu ti tieni su un bordo per non averli addosso. Corrono zitti, niente gridi, il fiato serve tutto per le gambe. Guardi la loro corsa». Prosa all'apparenza asmatica, come si vede, ma scarna ed essenziale nel suo svolgersi ed emanciparsi, fino ad assumere ruolo e funzione di raddoppio nei confronti di una solitudine combattuta con gli stessi strumenti che essa usa per distruggerti. Ed ecco allora, nel dipanarsi del filo novellistico, una donna che penetra in una gelida camera e trascina con sé, trasmettendolo all'altro, il sorprendente e vibrante caldo della contemporaneità dei corpi, e ancora un padre pittore che rintraccia il suo alter ego nella sua stessa potenzialità figurativa, nel suo «pollice arlecchino», e ancora una suora in dolce, tranquilla attesa a fianco di chi invece non può raccogliere attorno al proprio corpo le membra intristite e indebolite della malattia, e una giovane donna, ferma e statuaria di fronte al ciclostile «della rivoluzione», in camicia bianca e gonna blu, come in obbedienza davanti a un rituale già visto, già udito, già rappresentato nella sua monotona immobilità.
Tutta questa «emergenza» umana si muove in antidoto alla solitudine, ma c'è ben poco da lasciarsi ingannare dal doppio di noi, il bersaglio può essere la remissività dell'io, e con essa la capacità di ribellione apparente perché teorizzata nella prassi, via senza uscita di ogni umana reazione. C'è memoria (o rimpianto?) per una generazione che «a diciotto anni non veniva presa per la collottola e sbattuta in guerra contro un'altra gioventù chiamata nemica», e al contempo affrancamento per un'azione liberatoria che consente a un uomo e a una donna (scena-chiave dell'intero libro) in cordata, di sortire dalla nube attorcigliata al pilastro di roccia, oggetto della loro ascesa: «Siamo quasi fuori anche se non si vede la cima. Siamo due, non il doppio ma il contrario di uno e della sua solitudine sufficiente. La corda s'ammucchia sopra i piedi, lei si avvicina e io le guardo il nodo stretto in vita. Non per controllare se è a posto, ma per affetto verso un'alleanza di corda. «Che stai guardando?» dice la sua voce. «Guardavo il tuo nodo». Se lo controlla: «È a posto, no? Si può sapere che pensi?» «Al numero due» rispondo. Non risultava facile rappresentare la metafora della vita attraverso l'affabulazione della realtà che snatura ogni verità storica e la riconduce alla sua più irrazionale logicità, si passi il contrastante bisticcio. La chiave di Erri De Luca è linguistica, risiede appieno nella capacità di ridur

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