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di EMILIANO IPPOLITI ERA il mese di giugno del 1983 quando la Apple, storico colosso dell'industria ...

"Lisa" stava per Local Integrated Software Architecture, ma era anche il nome della figlia di Steve Jobs, cofondatore della Apple. Pezzo forte di Lisa era un innovativo sistema di interfaccia grafica (GUI - Graphic User Interface) a finestre e icone, e soprattutto un curioso oggetto mobile, sconosciuto al pubblico e inserito come componente standard, chiamato mouse. Alla presentazione del nuovo computer Steve Jobs affermò: «Siamo pronti a stare con "Lisa" almeno per i prossimi dieci anni». La sua creatura, in realtà, non durò tanto: se ne vendettero 100.000 unità al prezzo di 10.000 dollari l'una in due anni, e fu travolta nel giro di pochi mesi da uno dei più grandi successi commerciali della storia dell'informatica, il Macintosh, sempre della Apple.
Il suo piccolo puntatore, tuttavia, riproposto praticamente identico nel Macintosh, andò ben oltre le previsioni di Jobs, fino a diventare una vera icona della società tecnologica. E oggi esso è oggetto di studi e progetti da parte di molti designers che vorrebbero renderlo più simile a un oggetto d'arte che a un semplice accessorio tecnico.
Oggi il piccolo roditore informatico è chiamato "souris" in Francia, "ratón" in Spagna, "maus" in Germania, e solo gli italiani, come sempre restii a chiamare le cose col loro nome italiano e propensi a imitare pedissequamente gli anglosassoni, anziché usare la parola "topo" hanno adottato il termine originale inglese.
Ma che cos'è un mouse? Una definizione largamente accettata lo descrive come un «piccolo accessorio manuale che l'utente di un computer muove lungo la superficie di una scrivania al fine di puntare un luogo di uno schermo video e di selezionare una o più azioni da compiere da quella posizione». Il suo funzionamento è concettualmente molto semplice: i movimenti del mouse sul piano orizzontale della scrivania corrispondono a quelli di un cursore sul piano verticale di uno schermo video.
L'invenzione del "telecomando del computer" risale a quarant'anni fa, al 1963, e il merito fu di Douglas Engelbart, a quel tempo ricercatore presso lo Stanford Research Institute (SRI); il nome del dispositivo - che all'inizio era leggermente diverso da come si presenta attualmente, di legno marrone scuro e con un solo bottone al posto dei due o tre cui a siamo abituati oggi - è dovuto alla notevole somiglianza del primo prototipo con un topo giocattolo molto diffuso in quegli anni.
Se il Macintosh della Apple sarà, vent'anni dopo, il primo computer a dare notorietà al mouse, il suo esordio nell'ambiente dell'elettronica risale al 1968, quando, nel corso della Fall Joint Computer Conference tenutasi a Menlo Park e a San Francisco, ne fu fatta la presentazione ufficiale. Nella dimostrazione, durata novanta minuti, il mouse fu applicato ai sistemi di controllo del traffico aereo. Gli operatori lo usarono per identificare i velivoli sullo schermo radar, in maniera simile a un attuale joystick. Fu poi un'altra impresa americana, la Xerox, a incorporarne uno per la prima volta in un suo computer, lo Star del 1981, dopo avere ripreso e sviluppato negli anni Settanta le idee di Engelbart.
E fu appunto nei laboratori della Xerox presso il famoso Palo Alto Research Center (PARC) che Steve Jobs della Apple vide all'opera il mouse. E fu amore a prima vista, anzi, a primo click. La Apple non si limitò a copiare l'idea della Xerox, ma le diede un perfezionamento tecnologico che portò in soli tre anni il roditore informatico dal costo insostenibile di circa 400 dollari del modello Xerox a quello di 18-35 dollari del modello montato prima su "Lisa" e poi, leggermente raffinato, sul Macintosh. La Apple sviluppò inoltre il mouse e lo integrò magistralmente nel suo sistema a finestre, divenendo in brevissimo tempo il modello di riferimento dell'intero settore informatico del personal computer, imitata ben presto da illustri e potenti concorrenti. Primo fra tutti il genio del business e marketing informatico, quel Bill Gates ch

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