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di SARINA BIRAGHI LEGGERA e sorridente, sotto il caldo sole di un pomeriggio romano, ma ...


Storie di donne, apparentemente sconfitte, sostanzialmente eroine: ma è proprio così?
«Sì, sempre. Bisognerebbe fare un monumento a tutte le donne, specie a quelle che nessuno prende mai in considerazione, a cominciare dalla casalinga che passa la vita a fare le stesse cose per gli altri e difficilmente qualcuno le dice grazie. L'eroismo delle donne è grande amore, generosità senza confini, grande buon senso e fantasia per trovare la soluzione ai problemi anche più difficili».
Eppure il ruolo delle donne ancora oggi è in discussione: dipende sempre dall'uomo o anche dalle donne?
«Gli uomini sono pronti a sbarrare la strada alle donne, ma le donne sono le nemiche delle donne perché quando vogliono emergere si sentono obbligate a vestire i panni peggiori del maschio perdendo la capacità di generosità, perdono e comprensione. Non voglio parlar male degli uomini, ma le donne sono migliori perché la natura è stata più generosa con loro dotandole di molte più armi: creatività, capacità di dare e di soffrire».
Sedici romanzi, 9 milioni di copie vendute, un successo tutto femminile o la leggono anche gli uomini?
«Gli uomini cominciano a leggere i romanzi della Sveva e mi fa piacere perché così imparano qualcosa delle donne, cominciano a capire qualcosa della psicologia femminile e imparano a tirar fuori anche la loro parte femminile. In questi libri non parlo solo io, ma do voce ai pensieri delle lettrici, ci raccontiamo e ci confessiamo a cuore aperto».
In «6 Aprile '96», (Sperling & Kupfer) c'è la storia di tre donne, Agostina, Rosanna e Irene. Tutta fantasia o storia vera?
«Sono racconti presi dalla vita, storie reali. Agostina, la nonna, è l'insieme di biografie di contadine della piana piemontese. Irene è la contessa Francesca Vacca, mia amica e moglie del nostro testimone di nozze, che, bella e simpaticissima, di umili origini, approdò a Milano in cerca di fortuna. Immatura, non una donna generosa, ma egoista nei sentimenti, Francesca aveva soldi, marito e successo ma non le bastava e imboccò una strada sbagliata. Ecco, la prima parte della sua biografia mi sembrava molto accattivante, la seconda molto dolorosa da digerire per me e allora scrivendo questo romanzo ho pensato di regalare a Francesca un'opportunità, renderla consapevole e farla crescere e quindi è nata Irene che ripercorre la sua storia ma poi ha un colpo d'ala».
Il dramma della madre di Irene, Rosanna che lascia la campagna per la fabbrica, Irene che torna alla terra che fu della nonna Agostina, sono i passaggi di quella maturità che mancò alla contessa suicida e che tante donne non vogliono riconoscere?
«C'è un po' di sbraco da parte delle donne, dopo le battaglie di mamme e nonne, molte stanno tornando donne oggetto, letterine, veline e striscioline, dimenticando valori che varrebbe la pena riscoprire».
Però le sue donne non vogliono mai smettere di sognare?
«Certo, perché le donne vivono dei loro sogni, i sogni sono desiderio, speranza...un modo positivo per guardare al futuro».

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