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di ENRICO CAVALLOTTI COME vetta carezzata dal sole che imbrunisce, «Don Pasquale» di Donizetti ...

Fioriscono nel «Don Pasquale» deliziose melanconie, tristezze delicate dell'anima, compiti toni d'elegía, ed anche il sorridere, ed il ridere, d'una commedia comica: buffa in brevi tratti. Il fascino del lavoro risiede propriamente in tale mélange, da cui siamo stati irretiti, ancora una volta, iersera al Teatro dell'Opera di Roma, in occasione della «première».
È il cimento donizettiano un raffinato bilicare d'affetti e d'effetti contrarî: ilarità di giuoco e súbita inclinazione alla mestizia: non solo nella vicenda drammatica ma anche, e prim'ancora, nella straordinaria sostanza musicale, paradigma di genialità italica vuoi nei soffici cantari vuoi nel vario strumentale. Opera in qualche misura démodée già ai tempi suoi, ove si consideri che negli stessi giorni del 1843 in cui veniva rappresentata, andava in scena «Der fliegende Holländer» di Wagner, inteso a porre questioni ben altrimenti decisive allo spirito, ancorché non piú sempiterne di quelle póste dal capolavoro del compositore bergamasco.
Già che il corpo umano è soggetto a naturale degrado prima di risolversi in carcassa, mentre il desiderio persiste intatto nel proprio tumultuare, né mai si cessano gli arditi moti del core finché ci sia vita degna d'esser vissuta, ecco che la storia del vecchio che perde la capa (e la consapevolezza della propria imbarazzosa condizione) per la giovine donna che se lo rigira a mo' di pedalino, è storia vecchia, vecchia come il mondo, e cosí sarà sempre, almeno fintantoché la canitudine sarà gravata da incresciosissimi limiti, cioè, vituperata da deprivanti incagli: deprivanti la libido, ben s'intenda.
Don Pasquale, vecchio come un cuculo ma sfruguliato da amanteschi pizzicori - o cosí lui si pensa - s'incapriccia di Norina, vedovella romana tutta pepe, giovane piú dell'aglio, la quale ama riamata Eugenio, nipote al Nostro. A sbloccare l'impasse, a punire il caprice fou del canuto ed a dar corso al lecito corso della natura anziché agli erotici ghiribizzi senili, Norina consigliata dallo scaltro Malatesta simula d'acconsentire al coniugio col Pasquale. Poverello lui, che quella donna, parsagli dapprima ritegnosa, effigia di verginale frugalità, súbito appresso la finta stipula del contratto matrimoniale gli s'avventa contro quale macello d'arroganze e birbonerie, grandine d'onte e sberleffi, scialo di smorfiosità, preludio a corna con qualsíasi accattamori. En passant, dalla satrapessa che l'ha fatto gonzo, Pasquale si becca pure un gran papagno stampigliato sulla vizza gota: ahi! ahi! moralmente parlando....
Una via d'uscita? S'incarica Malatesta d'additarla allo sderenato vecchiozzo, oramai affatto affrancato - ça va sans dire - dai grilli della fregola: dia Norina all'inviso nipote, che ben si merita un'Erinni, e lui se ne torni all'amica solitudine, o sia all'immota astinenza. Amen; e Norina getta l'immisericorde maschera (per quanto possa e voglia una donna gettarla), e si fionda fra le membrute braccia del suo boy, a far l'ottima sposa; comunque la sposa. The end.

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