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«La meglio gioventù», ovazioni a Giordana

CANNES

Pura poesia arriva dal ricordo del grande Fellini e dalla storia tormentata. ma a lietofine, del film «La meglio gioventù», di Marco Tullio Giordana. Ma c'è anche la competizione che indica già un vincitore. A cinque giorni della chiusura del festival «Dogville», il film di Lars von Trier, sembra già destinato a vincere la Palma d'Oro. A seguire potrebbero essere in corsa la lettura di Gus Van Sant della strage di Colombine, «Elephant», e, a distanza, «Uzak» del turco Nuri Bilge Ceylan. È il giudizio dei critici francesi che, almeno per ora, non citano nessun film transalpino tra i candidati alla vittoria finale.
Intanto il festival continua e ieri ci sono stati otto minuti di applausi al termine di «La meglio gioventù» di Marco Tullio Giordana in corsa nella sezione «Un Certain Regard». Nella sala Claude Debussy, dove il film di circa sei ore e stato diviso in due tranche, tutti lo hanno seguito fino alla fine. Cannes rappresenta una svolta per questo film, nato per la messa in onda televisiva, finito in naftalina, ora proiettato prima sullo schermo del cinema (uscirà in Italia il 20 giugno), poi all' estero, poi in tv, su Raiuno. Il film è incentrato sulla famiglia: quattro parti da 90 minuti ciascuna, una per ogni decennio della storia di una famiglia italiana dalla fine degli anni sessanta a oggi. I protagonisti sono due fratelli e attraverso le loro vicende rivivono sullo schermo avvenimenti cruciali della storia del nostro Paese: dalla Firenze dell'alluvione alla Sicilia della lotta contro la mafia.
E ieri è stato un giorno speciale per il percorso di ricordo che il festival sta dedicando al grande Fellini nel decennale della scomparsa. Polemico è stato il compositore Nicola Piovani, durante la «Lezione di Musica» dedicata al maestro. «Se continua così, che la Francia lo considera una specie di Giotto del cinema e l'Italia solo alla stregua di uno Zeffirelli, mi verrà da pensare che Fellini sia un grande regista francese, e non un italiano». Quello dell'Italia per l'artefice delle musiche di tanti grandi film è un «silenzio assordante» a confronto con la venerazione che gli viene tributata a Cannes e in tutta la Francia. Dalla lezione si apprende che Fellini allontanava i suonatori ambulanti, perché diceva che la musica aveva su di lui un «potere ricattatorio». Diceva di non amare la musica perché si sentiva «troppo vulnerabile». Tra i pochi titoli che era disposto a salvare ne annoverava solo quattro o cinque, tra cui i Beatles, «Dove sta Zazà» e «Coimbra», canzone portoghese che Piovani indica come l'armonia fondamentale intorno a cui gira tutta la musica del cinema felliniano.
R. S.

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