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McDonell: «Noi ragazzi vendiamo di più»

Ma questo non basta a superare la noia. I genitori sono troppo occupati a fare carriera per occuparsi dei loro adolescenti sbandati e non si accorgono che rischiano di perderli. I guai con la polizia sono all'ordine del giorno, molti giocano con le pistole come se fossero giocattoli, alcuni ci restano secchi, tutti o quasi si drogano. È questa la gioventù di New York, come ce la racconta uno che la conosce bene, per età e frequentazioni. Nick McDonell ha 19 anni, ha scritto e pubblicato il suo romanzo «Twelve» a 17, grazie agli incoraggiamenti (e alle influenti aderenze) di suo padre, Terry McDonell, potente direttore della mitica rivista « Rolling Stone» (la madre Joanie è anch'essa scrittrice).
Nick, che vive a Manhattan e studia Letteratura ad Harvard, ha avuto l'opportunità di incontrare Morgan Entrekin, già scopritore del diciottenne Bret Easton Ellis («Meno di zero»), che ha subito fiutato il nuovo talento. E, infatti, «Twelve» è alla sesta ristampa. Oltre che a Ellis, Nick è già paragonato a grandissimi narratori dell'adolescenza, come Salinger («Il giovane Holden»). «Twelve» è già stato prenotato da Hollywood e sta uscendo in 14 Paesi, in Italia Bompiani.
Biondo, atletico, modi gentili, Nick McDonell gusta con controllato compiacimento il suo successo precoce. Si capisce che se lo aspettava, come una promessa (mantenuta) dal blasone familiare e dal suo talento. «Sono nato a New York e sono andato a scuola nella zona che ho descritto nel mio romanzo - ci ha spiegato - Il nomadismo è la caratteristica principale dei ragazzi di New York ed è per questo che ho scelto di far diventare spacciatore di droga il protagonista di "Twelve", White Mike (per dire che non è negro): uno spacciatore varca sia i confini urbani che quelli di ceto sociale».
È stato testimone diretto della città che racconta e dei suoi giovani, in disperata ricerca di identità e al centro di storie "noir"?
«Non ho mai preso droga. Ma i miei amici la prendevano. New York è un posto fantastico dove crescere, eccitante e interessantissimo, ma è anche un luogo di angosciante degrado morale. Talvolta, mentre ne scrivevo la detestavo».
Droga e basket da strada sono il filo rosso del suo romanzo. «Twelve», la superdroga, è una sua invenzione?
«Sì, l'ho chiamata così per definire in qualche modo un'extradroga. Tutto nasce, comunque, dall'ecstasy. Il basket in strada, poi, è una mia passione. Ho descritto tutto ciò che vedevo di New York mentre andavo a scuola. Avevo 17 anni, un editore ha letto il libro e l'ha subito pubblicato. Non voleva che invecchiassi troppo: più l'autore è giovane e più si vende».
La paragonano a grandi scrittori minimalisti, come Ellis e a Salinger?
«Le mie preferenze vanno ai grandi classici, come Mark Twain. Melville, per me, è il massimo. Comunque, sono onorato del paragone con Ellis e Salinger. Però spero di riuscire a passare dal minimalismo al classico».
Pao. Cal.

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