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Lo Stato, la musica, lo spezzatino

Il discorso vale, in vero, per l'arte in generale, ma vale su tutte le espressioni artistiche per il linguaggio dei suoni: ab origine il piú potente vettore di spiritualità, il piú influente nella formazione dell'infanzia e della gioventú, il piú idoneo ad indirizzare la coscienza soggettiva ad alte mete e ad infondere nella comunità il sentimento d'un'armonia universale: nella quale risiede quello stesso «senso dello Stato» cui ogni cittadino dev'esser informato: pena lo smembramento dell'ineludibile sentimento nazionale.
Purtroppo l'Italia non ama la musica d'arte. O, meglio, la ama nelle forme superficiali e talvolta banali; nelle manifestazioni pompieristiche o divistiche; negli eventi plebei e strepitosi. Gli italiani non amano la musica d'arte perché sono dilettanti ed orecchianti. E lo sono perché non hanno potuto studiare la musica a scuola già che lo Stato non ha contemplato nei piani di studî questo linguaggio privilegiato dell'Assoluto. Dunque non l'hanno praticata, la musica. Gli italiani amano Pavarotti perché divo, ed amano ciò che il tenore canta solo in quanto cantato da lui: qualsisiasi cosa ugoleggi. Da noi non prosperano cori amatoriali, non fiorisce lo studio domestico d'uno strumento (eccezion fatta per la chitarra, scempiata dal primo all'ultimo giorno dalla pratica d'un pedestre rock). In Italia si fischietta e canticchia a josa, questo è vero, ed i suonatori ambulanti, oggi provenienti in specie dall'Europa dell'est e dal sud dell'America, spopolano: in metro e osterie, in bussi e tramway).
La situazione musicale del Belpaese v'è dubbio che possa migliorare quando, in base ai principî della sedicente «devolution», quest'arte sarà regionalizzata, provincializzata, rionalizzata, stradalizzata; e cadrà nelle mani d'assessori d'ogni sorta che, sulle fondamenta di un'ovvia asinaggine, edificheranno progetti dal respiro preagonico, mentre, sulla scorta di finanze affatto limitate, s'affanneranno a rintracciar sponsor indigeni che tratteranno la musica d'arte alla stregua di oggetti industriali, di convenienze commerciali.
Che ne sarà delle nostre gloriose istituzioni che già beccheggiano? Che ne sarà della vita musicale nelle regioni piú povere? Che ne sarà di quest'arte incompresa commessa ad una classe d'amministratori politicanti bramosi di tutt'altro? Non lo capiscono i legislatori che la musica è una realtà estremamente delicata in rapporto alla sua incalcolabile funzione etico-civile? E che, pertanto, non può esser materia di «devolution» ove uno Stato ancora operi, od ambisca ad operare?
Ieri i piú valenti musicisti italiani - da Muti ad Abbado, da Ughi a Pollini, da Chailly ad Accardo - hanno avvisato il ministro Urbani che ingabbiare in un processo di regionalizzazione gli aerei suoni sarebbe un crimine contro la cultura. Oggi all'Agis di Roma lanciano l'allarme l'autorevole Comitato delle Istituzioni Musicali Nazionali ed il Cidim: a sollecitare una riflessione sulle fosche e babeliche prospettive che attendono i destini di un'arte in procinto di farsi pascolo per un avariato spezzatino all'italiana. Lo Stato non può non prenderne chiara coscienza.

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