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SERGIO Rubini, si ama un corpo o un'anima? «Le persone si scelgono per come sono dentro e non per come appaiono.


Chi ci cambia la vita, noi stessi o gli altri?
«Ci cambiano la vita gli altri. E la nostra capacità di percepire, la nostra volontà di stare a sentire gli altri è fondamentale. Un lavoro che comunque si fa insieme. Gli incontri a volte sono determinanti».
È favorevole o contrario al matrimonio?
«Assolutamente favorevole».
Crede all'amore eterno?
«Penso ai miei genitori. Sono insieme da tanto tempo e ancora così ricchi di energia. Quando si dice per sempre non vuol dire sempre bene ma significa affrontare tanti periodi anche di tempesta».
Come sta il cinema italiano?
«Benissimo».
Cosa chiede alla vita?
«Spero di non perdermi, di non essere mai pieno di convinzioni ma rimanere sempre con tanti dubbi. L'ingenuità è qualcosa che mi appartiene».
Chi o che cosa fa emergere la verità, il tempo, l'amore, le difficoltà, la magia?
«Le difficoltà ci aiutano sicuramente a definire il perimetro autentico della nostra identità».
Le piacerebbe fare il conduttore televisivo?
«Non sono adatto. Ognuno deve fare il mestiere per il quale è più adatto».
Attore regista per scelta o per caso?
«Sono caduto nel cinema. Volevo fare l'attore di teatro ed ho cominciato a farlo. La vita dell'attore di teatro è una vita molto particolare e non mi si confaceva, Ho cominciato a fare la radio che aveva un ritmo più adatto a me. Poi è capitato il cinema ed ho scoperto che il cinema è qualcosa di affascinante non per i risultati ma per la qualità della vita, nomade, stropicciata».
A scuola era bravo?
«Non ero il primo ma non ero l'ultimo. Mi sono sempre incuriosito di qualcosa che ho approfondito ma non tutto mi interessava».
Torna alle sue radici pugliesi?
«Il passato è fondamentale per il nostro presente e per il nostro futuro. Sono andato via dalla Puglia a diciotto anni. A Roma, in accademia, ho dovuto disimparare la mia cadenza, il mio dialetto. Per sopravvivere ho imparato anche a confodermi nella città. Un attore deve essere autore e quindi portatore del proprio mondo, delle proprie origini».
Un film è per sé o per gli altri?
«Un film non si fa per la gente ma per se stessi. Si ha la necessità di chiarirsi qualcosa, Il film è l'espressione di un viaggio interiore. Il pubblico ne diventa poi testimone».
È il caso de l'«Anima gemella»?
«L'anima gemella è l'umore del Sud, una certa realtà, un certo modo di relazionarsi con gli altri. È un film assolutamente scorretto. Molto intenso e teso a sovvertire la realtà che a volte è triste e deludente».

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