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di GIAN LUIGI RONDI CITY OF GOD, di Fernando Meirelles, con attori non professionisti, Brasile 2002.


Fernando Mireilles, dopo molta televisione, molti spot pubblicitari e molti video sperimentali, si è rivolto a quel libro con il sostegno produttivo di un altro noto regista brasiliano, Walter Salles («Central do Brasil») e, seguendone la divisione in tre decenni dai Sessanta agli Ottanta, ci ha rappresentato con la massima verosimiglianza il passaggio, in quella favela, dagli anni in cui la dominavano delle bande di ragazzini o addirittura di bambini (le baby gangs), a quelli in cui, sulle rapine, finì per prevalere, molto più lucroso, il narcotraffico, con lotte senza quartiere per attribuirsi le zone di sfruttamento (in gergo «le tane»). Al centro, unendo i tre decenni, un ragazzino di colore con la passione della fotografia che, anziché agire, tende soprattutto a testimoniare: il solo, fra i tanti, cui arriderà un destino quasi ottimistico.
La struttura narrativa, passando da un decennio a un altro, dà risalto agli episodi che o si alternano fra loro o, addirittura, si incastrano sovrapponendosi, mentre i ritmi ora sembrano distesi ora diventano affannosi tendendo al frenetico. Con una regia che, su tutto, privilegia l'autentico, grazie a un realismo che dà forza e impeto ai fatti e quasi lacera le immagini via via sempre più spietate e convulse.
Vi partecipa la recitazione. Neri e mulatti fra i sette e i quindici anni, tutti non professionisti. All'insegna di una verità che sembra nascere sempre lì, di fronte alla macchina da presa. Documento quasi straziante di una condizione umana sotto molti aspetti terribile.

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